di Michele Gambini
L’edificazione della Cupola di Santa Maria del Fiore, a Firenze, fu l’evento che segnò l’inizio del Rinascimento, ma fu anche un momento cruciale dal punto di vista architettonico e ingegneristico. Nel progettare la sua costruzione, infatti, Filippo Brunelleschi diede vita al primo cantiere concepito alla stregua di un cantiere moderno. Egli non solo disegnò l’architettura, ma ideò anche tutti gli strumenti necessari a realizzarla: macchine per il trasporto e la messa in posa dei materiali, gru in grado di ruotare, carrelli orizzontali e verticali, leve di vario tipo e argani a velocità variabile, mossi dalla forza animale e dall’uso di pesi e contrappesi. L’Opera del Duomo conserva ancora molti di quegli attrezzi, tra cui le famose “ulivelle”, strumenti che gli antichi romani usavano per il sollevamento dei blocchi di pietra più pesanti e di cui nel medioevo si era persa memoria.
Brunelleschi pose estrema attenzione all’organizzazione di ogni singolo aspetto del cantiere di lavoro e diresse l’opera con una metodologia totalmente nuova, accentrando su di sé la direzione del cantiere e l’organizzazione complessiva della costruzione. Una figura, la sua, paragonabile a tutti gli effetti all’attuale coordinatore per la progettazione e l’esecuzione dei lavori previsto dall’attuale normativa di legge (per la precisione, il D.Lgs. n. 81/2008, attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro). Tra i problemi che dovette affrontare vi era anche quello, importantissimo, della sicurezza e dell’incolumità dei lavoratori. Egli si trovava infatti a dover gestire un cantiere ad altissimo rischio di infortuni, poiché esso si sarebbe sviluppato partendo da un’altezza di 55 metri dal suolo. Per far fronte a questa necessità, impose l’utilizzo di materiali di qualità e verificati e introdusse provvedimenti modernissimi che oggi definiremmo veri e propri elementi di “antinfortunistica”: le grandi impalcature sospese erano munite di alti parapetti che impedivano le cadute e, al contempo, limitavano la visuale degli operai per evitare la vertigine dovuta ai grandi vuoti; per attenuare il pericolo legato a salita e discesa da quelle impalcature furono pensati degli appositi spazi in quota dove gli operai potevano riposare e consumare i pasti; i muratori che lavoravano sulle pareti più in alto erano dotati di imbracature di sicurezza, vi era il divieto per gli operai di scendere più di una volta al giorno dalla Cupola, di trasportare attrezzi, pasti e uomini nei carretti dei montacarichi, di catturare i piccioni che nidificavano sulla Cupola, e tanti altri ancora.
Gli operai che lavoravano sulla Cupola erano circa 300, più c’erano quelli a terra, deputati all’approvvigionamento del materiale. Il lavoro era durissimo, soprattutto nelle buone stagioni in cui si lavorava dall’alba al tramonto, quindi anche 14 ore al giorno. Cibi e bevande venivano preparati a terra e poi inviati sulle impalcature. Il mangiare era uguale per tutti, come in una mensa, il vino che veniva servito ai lavoratori era diluito con un terzo d’acqua, poiché essere sobri e lucidi era ovviamente essenziale e nel cantiere, chiunque violasse questa regola era soggetto a una multa pari all’equivalente di undici giorni di lavoro. Agli operai che si infortunavano venivano pagati i giorni di malattia, gli indennizzi e le cure necessarie. Nei 16 anni del cantiere, dal 1420 al 1436, si ha notizia di soli otto feriti gravi, soprattutto con lesioni causate da cadute di materiali o subite durante la movimentazione delle macchine da costruzione, e di una sola morte, tal Nencio di Chello, che nel 1422 morì precipitando dalle mura del Tamburo.
Tutto questo fa comprendere bene che i mattoni della più grande volta in muratura mai costruita al mondo non sono uniti solo dai ferri e dal cemento, ma anche dai valori dell’umanesimo cristiano, da una parte e dalla cultura della sicurezza moderna, dall’altra.

