AD recensito dal dott. Francesco Perillo

Una critica obiettiva e ponderata de “L’ultimo Assedio A.D. 1243” non può semplicemente limitarsi a definirlo un romanzo ben riuscito -pronto ad essere trasformato in un film o in uno sceneggiato televisivo- in cui i personaggi storici interagiscono con i personaggi frutto della creatività degli autori in armonica naturalezza. Non si può ridurre il contenuto delle sue pagine al ricordo di una vicenda, per quanto degna sia, o alla rievocazione esaltante di una splendida Viterbo, soprattutto splendida per l’eroismo che i suoi abitanti dimostrarono opponendosi, in quel 1243, a Federico II, il grande imperatore svevo, difendendo il bene più prezioso dell’uomo. E nemmeno è lecito pensare che sia solo la storia personale, professionale e sentimentale di Jacopo -nobile intellettuale e sensibile poeta, notaio e trovatore d’amor cortese- l’ispirazione unica dei due autori. Ve ne sono tante altre: quella di Selvaggia la figlia naturale dell’Hoenstaufen, quella di Giacinta Brettoni e dei suoi stretti parenti, quella di Guido lo speziale, quella di Caterina scelta come riproduttrice al posto di Giacinta che non può più avere figli, quella del bieco Landolfo, quella della fedele e povera serva Bettina, e quella di tanti altri.

Quest’opera letteraria, non può essere neanche intesa come una sottile denuncia della condizione della donna di quell’epoca che, nobilissima come Selvaggia o modesta come Caterina, subisce sempre una totale, e a volte disumana, subordinazione. Offesa, picchiata, violentata, la donna si ritrova talvolta in un tale stato di tristezza e di sofferenza da giungere a preferire la morte alla vita.

   Mentre il racconto procede, a volte con apparente disincanto, a volte meno, a volte fortemente partecipativo, mostrando le peculiarità psicologiche dei personaggi, talora si ritrovano scene ottenute con naturale nitida maestria. Bastano poche pennellate, per esempio, racchiuse in una sola pagina, per descrivere un esercito accampato composto da una multiforme varietà di esseri umani e di animali che vivono, tra tende e strutture varie, come in una normale città. In essa vi sono -oltre ad ufficiali e un gran numero di soldati e mercenari- persone che danno vita a mercati, attività artigianali, a botteghe d’arte. Agli occhi del lettore appaiono giocolieri, saltimbanchi, giullari, luoghi e donne di prostituzione, migliaia di cavalli, e un numero imprecisato di muli, asini, maiali, cani, gatti, oltre ad animali esotici e feroci, e poi volatili vari tra cui moltissimi falchi che sono la passione e il divertimento dell’imperatore.

Sembra di sentirne i suoni, i clamori, di percepirne gli odori.

Questo lavoro colto e certosino è tutto quanto accennato sinora, ma non è solo questo. E’ molto di più: è uno spaccato storico, un affresco, un quadro del tredicesimo secolo, in cui si evidenziano usi e costumi di un’epoca laddove, al di sopra delle volontà imprenditoriali, di autonomia e di libertà delle città spesso anche in lotta tra loro, giganteggiano le due forze che condizionano l’intera società, cioè quella delle armi dell’Impero e quella spirituale del Papato.

   In un mondo in cui le carestie e le pestilenze rappresentano delle pause tra il susseguirsi di battaglie e di lotte per la supremazia, di volta in volta, si rompono gli equilibri: i mutevoli risultati delle guerre, le invasioni, le usurpazioni, spesso capovolgono e rimescolano le fortune degli uomini come l’aratro le zolle dei campi.

   I lettori avranno modo di fare conoscenza con i tanti personaggi, storici o non, quali l’imperatore Federico II, Papi, alti prelati, semplici funzionari, nobili, proprietari terrieri, borghesi, commercianti, usurai ebrei o cattolici, uomini d’arme, contadini, servi, ecc. –che vivono in un mondo tanto lontano quanto vicino a noi, tanto antico quanto attuale, in cui si tessono trame e intrighi vari- con le loro ambizioni e le loro gioie e, soprattutto, con i loro dolori, con le loro speranze e con le loro delusioni, con le loro crudeltà, con le loro illusioni, con le loro bontà, con i loro egoismi, con i loro altruismi, con i loro eroismi, con le loro meschinità, con le loro grandezze.

                                                                 Francesco Perillo

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