Cangrande recensito da Lesfleuersdumal2016


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CANGRANDE. PALADINO DEI GHIBELLINI DI GIOVANNA BARBIERI, Arpeggio Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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Il libro della Barbieri è un capolavoro. Una grandiosa e accurata ricostruzione storica  di un periodo difficile della storia umana. Al centro del suo racconto c’è, infatti, la guerra cruenta tra guelfi e ghibellini che insanguinò Firenze e Lucca durante tutto l’arco del XII secolo fino alla nascita delle signorie del XIV secolo.

Le origini dei nomi che indicavano due diverse fazioni, risale addirittura alla lotta per la corona imperiale dopo la morte dell’imperatore Enrico V tra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen ( da cui la parola guelfo) e quella sveva dei dei Honestaufen signori del castello di Waibligen ( anticamente Winbeling da cui ghibellino). Successivamente, dopo che la casata sveva acquistò la corona imperiale e con Federico I Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel regno d’Italia la lotta passò a designare chi appoggiava l’impero (Ghibellini) e chi il papato ( Guelfi). Nei guelfi , tuttavia non esisteva una reale comunanza di intenti. Seppur convinti che solo un autorità spirituale potesse essere legittimata a governare, dal momento che la sovranità era stata donata direttamente da Dio, ( teoria che riecheggia molto il sistema di successione dell’antico Egitto) solo lui aveva il potere di guidare gli uomini verso ideali di giustizia e correttezza,i guelfi si dividevano tra integralisti e moderati. I gulefi integralisti (neri) erano schierati apertamente ed unicamente dalla parte del Papa che vedevano come l’unico soggetto capace di governare ed erano risoluti nella loro posizione estrema., mentre i guelfi bianchi, caldeggiavano una sorta di compromesso, un governo misto tra autorità religiosa e imperiale. Tra i guelfi bianchi ritroviamo Dante Alighieri, fautore di una convivenza tra papa e imperatore e che fu esiliato da Firenze, dopo che i ghibellini persero l’appoggio della dinastia sveva. Cangrande della Scala,  signore di Verona dal 1308 al 1311, fu il condottiero, mecenate che accolse e sostenne Dante durante quel difficile esilio.

Ed partendo da queste due immense figure storiche che il libro della Barbieri si svolge. Tutto con uno stile impeccabile, fresco, colto, mai esagerato e sempre in perfetto equilibrio tra emozioni, descrizioni e cenni storici di indubbia cultura.

Senza entrare ancora di più nel campo storico, posso affermare che, la rievocazione delle grandi battaglia dell’epoca è resa perfettamente dall’autrice non soltanto con dettagli storici, ma anche perché tramite storie nelle storie, la Barbieri riesce a cogliere appieno l’ethos specifico di quei tempi remoti. E leggerlo è come entrare in una macchina del tempo e toccare con mano le problematiche, le ansie le contraddizioni di un mondo che si trovava all’inizio di un cambiamento epocale, dove gli equilibri si stavano formando e dove la convivenza si faceva sempre più dura e sempre più difficile. Splendida la ricostruzione dell’impatto socioeconomico della peste, simboleggiata mirabilmente dalla storia di Caterina. Ed è quello il pregio di questo romanzo. La Barbieri non si limita a descrivere come se li conoscesse da sempre, figure del calibro di Dante e di Cangrande, accentuando il loro realismo e strappandoli finalmente dal mito, ma si bea di elargire scene di vita quotidiana, la cosiddetta piccola storia, nei gesti dei contadini, nelle loro semplici speranza (quelle di sopravvivere all’inverno) nelle faide e nei diverso ostacoli sociali che spesso si sovrapponevano a sentimenti per noi scontati. Ecco che l’amore tra la bella e colta Caterina, e il suo Pietro, sfida delle rigide regole sociali. Un antico rancore ma anche una differenza posizione sociale si pongono come nemici delle passione. La peste distrugge la famiglia della bella cacciatrice, e viene descritta con una delicatezza vivida, la rassegnazione di fronte al fato all’impossibilità di contrastarla e nell’accettazione di ruoli prestabiliti da Dio. Il rancore e la diffidenza verso gli ebrei ma anche il terrore verso la scienza che poneva le donne colte in odor di stregoneria.

In un affresco colto ma dallo stile semplice e scorrevole, il lettore può vivere la storia in prima persona, emozionandosi con fatti che, sembravo vivere tra le pagine di un libro che non stento a definire perfetto.  Dante, il sommo poeta, venerato e riverito, collocato su un piedistallo impeccabile, ritrova qua la sua umanità, le sua speranze, quel dolore per un amore perduto di cui abbiamo sempre sentito parlare ma che Giovanna ci fa comprendere con semplicità immediata. Beatrice diventa cosi più concreta, vittima delle decisioni di un padre padrone, più che musa eterea da osservare in lontananza. Qua le emozioni, quelle che rendono viva e complessa la storia e non soltanto eventi descritti in modo anonimo e prolisso, vengono esaltati. Perché la storia siamo noi, sono le radici e le origini di noi stessi, sono le basi su cui abbiamo fondato il nostro vivere. E restituirla vibrante, vera e non edulcorata dalla cultura accademica è lo splendido regalo che ci fa Giovanna Barbieri.

Storie intrecciate, sofferenti e a volte intricate, si intrecciano e rendono grandioso il racconto. Amore, onore, guerre ma anche dolore e speranza creano uno scenario che risulta indimenticabile. Io ero li, sui campi di battaglia, nelle ricca sale adornate dove gli intrighi erano all’ordine del giorno, nelle povere case contadine dove si cercava di sopravvivere, nei conventi chiusi e freddi spesso adibiti a camere mortuarie, nei boschi dove chi non poteva amarsi si ritagliava spazi tutti per se. E nella solitudine di Dante, nel suo piangere l’amore rubato, nel suo fiero impegno politico, nei rimpianti per non aver donato alla moglie l’amore che meritava.  Ero li con Cangrande, apparentemente sicuro di se, ma con il fardello pesante della responsabilità atroce di decisioni che, potevano decidere la vita o la morte non di singoli ma di un’intera città.

Ero li presente, mentre la storia andava avanti, immobile spettatrice di drammi, sogni e gioia di un’intera umanità.

Un altro dato da fornire per farvi capire l’importanza di questo testo. La Barbieri con mano leggera eppur incisiva, immette un altro importante significato. La redenzione del femminile. Le donne di Giovanna sono donne del loro tempo, obbligate a seguire rigide regole sociali, inglobate in ruoli prestabiliti e in stereotipi sociali ben precisi. Eppure non si arrendono. In un’epoca in cui i loro diritti apparivano lontani dall’essere garantiti, ci provano a uscire dal conservatorismo religioso e sociale semplicemente affidandosi alla loro tenacia. Caterina, una delle protagoniste è una donna pericolosa per l’epoca. Colta, coraggiosa desiderosa di una vita migliora non soltanto dal lato economico ma emotivo, una vita che rendesse giustizia ella sua interiorità che la definisse come essere umano più che come soggetto caratterizzato soltanto dalla biologia. Ed è questo femminismo profondo che dà una nota di protesta (seppur non polemica al libro) e che in fondo ci serve da monito e da sprone perché le nostre conquiste vengano apprezzate e difese ogni giorno.

Grazie Giovanna per avermi dato quest’emozione e per aver ridato dignità e bellezza alla mia amata storia, e per averla tolta dalle polverose biblioteche, dalle cattedre pompose per riportarla in vita e regalarcela con tutta la sua carica emotiva.

Perfetto. Semplicemente perfetto

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