NIKOLAEWKA

di Luca Giovagnola


Io non ho combattuto la seconda Guerra Mondiale, ma dovrò raccontarla a chi verrà dopo di me.  Ora io scrivo degli alpini in Russia. DEVO raccontare, perché se a noi è dato di vedere dai teleschermi o al pc quello che la guerra è stata, bisognerà pur riuscire a dire quei fatti in modo da trasformarli in nostri e non farli cadere nell'oblio.

Quando l'Italia  dichiara guerra alla Russia è un paese debole, tanto che Hitler non vuole Mussolini al suo fianco in questa nuova battaglia. Mussolini pensa “Tanto la Russia è accerchiata, non reggerà l'impatto”, e a lui partecipare alla spartizione del colosso orientale costa solo 60.000 uomini, l'equivalente di un corpo d'armata inviato nel giugno del '41. La guerra è infame, ma è da partire e, mentre scolorano al brunorossastro le foglie degli alberi, mentre alla funzione per chi va in guerra il prete dal pulpito dice “Sia fatta la volontà di Dio”. 219.000 uomini saranno mandati in Russia, per questo non c'è cognome italiano che non sia coinvolto in questa Storia. Viene inviato un secondo corpo d'armata tra giugno e luglio del '42.
In un primo momento i russi del Caucaso, male armati e disorganizzati, vengono sconfitti consentendo ai nemici di avanzare, e questi dopo pochi mesi arrivano a porre i propri caposaldi sul Don, ma la disorganizzazione dell'esercito italiano è palese: molti gli imboscati e militari di leva che stanno nelle retrovie, sono in pochi quelli che presidiano il Don ed altre zone scoperte. Cade la prima neve dell' implacabile inverno e la Russia si risveglia dal suo pesante sonno e guarda Stalingrado; che è stata presa da Hitler e trema di fronte alla possibilità che il grande dittatore possa davvero sottometterla. Ma sarà proprio quella paura a produrre uno dei più grandi assemblamenti militari mai visti: l'Armata rossa.
Dato che l'attacco è su due fronti, i russi si dirigono anche verso il Don e a capodanno sono di fronte ai caposaldi italiani, sulla riva opposta del fiume e cantano: “Vieni da noi italiano, vieni che non ti facciam soffrire”.

Sono in pochi i soldati che stanno in trincea, tra questi nel caposaldo che risponde agli ordini del tenente Cenci, noto medico e militare, vi è anche Minelli, che sacrifica parte dello stipendio e scrive alla moglie “Io qui sembro invecchiato cent'anni, non mi riconosceresti. Metti un bel vestito bianco al mio ritorno, così ti riconoscerò io”.
A capodanno i russi attaccano e le truppe resistono quattro giorni sul Don, poi i Russi accerchiano i reparti e bisogna fuggire. Chi stava nelle retrovie ha paura, non capisce, non sa cos'è la guerra: alcuni gettano via le armi, altri  fuggono nella steppa e muoiono. La benzina è finita, si va a piedi. I primi giorni la neve cade fitta, si scatena la tormenta, così la colonna può allontanarsi non vista dai russi. Il vero problema  sono le scarpe da montagna che gli alpini portano: dalle punte di metallo attaccate alla suola passa il gelo, l'imbottitura non ce l'ha quasi nessuno. I piedi si congelano, diventano blu, non riesci a muovere più l'arto, oppure ti nasce una piaga che mangia la carne e porta cancrene ed infezioni. Le scarpe si rompono per il freddo in molti camminano con stracci e paglia legati con fil di ferro a 40 gradi sotto zero. Italiani, tedeschi, rumeni, ungheresi sotto quel vento sono tutti uguali. Si muore, non con Mussolini sulle labbra, ma col nome di mamma o della 'morosa, o almeno era così  per i primi: all'inizio li senti gridare, dopo chi muore assiderato non parla, cade e basta, la morte segue i soldati, divisa dalla vita da un confine sottile. Chi non si arrende subito, viene preso dal gelo che non finisce mai, che ti fa vivere in una perenne tortura, senza mai un rifugio. Lì è quando la neve diventa un morbido guanciale sul quale accasciarsi e dormire in eterno.
Come fanno gli altri a sopravvivere? Chiedono alle donne russe nelle isbe “Dajte mne poest'”, “Dammi da mangiare”, una tazza di latte caldo, del pane quando hai fame, una coperta per dormire. “Come puoi lasciar morire di stenti un uomo fuori da casa tua?” La sofferenza ci accomuna tutti, per questo il  gesto di quelle donne supera ogni confine.

La colonna deve combattere 16 battaglie in 40 giorni per aprire l'accerchiamento dei russi, e nell'ultima grande battaglia, a Nikolaewka, il 26 gennaio 1943, i soldati attaccano con fucili del 1891, piedi fasciati di stracci e filo spinato, di fronte hanno l'Armata Rossa. Gli ufficiali dicono “C'è una ferrovia, se prendete la città si torna all'Italia”. I soldati si riversano nelle strade di Nikolaewka, le divisioni ancora efficienti vengono decimate durante tutta la giornata, i Russi fanno bassa carneficina con automatiche e carri. A  sera Reverberi, il comandante in capo, capisce che o si muore di freddo o si tenta di vincere: sale sopra l'unico carro armato tedesco ancora funzionante e grida “Tridentina avanti!” incitando i reduci alla battaglia. Morì di crepacuore pochi giorni dopo, quando venne a sapere le perdite. Di 20 mila uomini poco più di 13.000 si salvarono. I soldati dovettero camminare ancora per 640 chilometri per arrivare a Gomel in Bielorussia, perché i binari  di Nikolaewka erano stati fatti saltare mesi prima.
Minelli è morto a Nikolaewka, la moglie non lo sapeva, e quando gli alpini sono tornati, lei ha trovato un lutto, invece di un tenero abbraccio. Non si può mostrare mica il dolore di quella donna, sai? Molti sfuggiti alla guerra, partecipano alla sfilata a Firenze degli Alpini che tornavano dalla spedizione di Russia, della quale Don Gnocchi dice: “Ecco gli imboscati, gli sbandati, gli uomini delle retrovie, la gente non sa e non vuole sapere e applaude”.

Ognuno ha la coscienza che si merita, ma può un ideale divenire così assurdo da creare tutto questo? Gettate giù le armi voialtri profeti, e datele a noi! Abbiamo da fare croci per i nostri morti con i vostri moschettoni.

 

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