Recensione di "Numeri a perdere" di Riccardo Gavioso

Numeri a perdere di Riccardo Gavioso

Buon inizio settimana, cari lettori!

Oggi vi parlerò dell’ultimo nato in casa Arpeggio Libero: Numeri a perdere di Riccardo Gavioso.

Numeri a perdere nasce da un’idea innovativa: l’affiancamento di racconti ad articoli “giornalistici”.

La penna efficace di Riccardo Gavioso stigmatizza con incredibile incisività alcuni degli orrori dimenticati del nostro tempo: dai massacri del Ruanda all’inferno di Payatas. Avendolo conosciuto sul sito meetale.com e avendolo apprezzato anche come scrittore di racconti (un suo scritto fu già pubblicato da Arpeggio Libero lo scorso anno nella raccolta 3013 per un bacio abbandonato) la direzione editoriale gli ha proposto di affiancare a questi articoli dei racconti che abbiano attinenza all’argomento trattato.

Da questa idea semplice nasce questo libro.

Continuate pure a dedicarvi al vostro ormai desueto mestiere di lettore, si tratterà semplicemente di far lavorare l’immaginazione come al solito”.

Numeri a perdere, che ha inaugurato la collana Hybrida, non è collocabile in nessun genere letterario convenzionale. Potremmo però dire, a grandi linee, che si tratta di un libro di attualità e di denuncia, che mescola racconti brevi ad articoli giornalistici. Eppure solo leggendolo se ne può cogliere a pieno la vera essenza.

Gli articoli sono incentrati sui grandi flagelli del giorno d’oggi, da quelli ben noti a quelli tenuti quasi nascosti dai “pennivendoli”, specie di giornalista malvista da Gavioso. L’attenzione del lettore è portata sulle tragedie del Ruanda, sulla Terra dei fuochi, sulle Filippine, sulle scuole italiane, sulla morte di Fisher. Tuttavia l’autore non si limita certamente a una fredda cronaca, a un elenco di fatti e conteggio dei morti. No, gli scritti di Gavioso sono sfacciatamente veritieri e pervasi da un’ironia pungente che colpisce tutti noi, spettatori e creatori della Storia. Frasi rudi e dirette pungono la coscienza del lettore.

Il neologismo femminicidio rimbalza fastidioso sui nostri giornali come un moscone invernale sul vetro. Ed è tragicamente ridicolo che nessuno pare si sia accorto che la scelta del lemma li avvicina alla mentalità del colpevoli.

Ogni articolo è preceduto da un racconto breve che ne riflette il tema. Lo stile rimane arguto e quasi doloroso, le parole spesso sono sospese in una sorta di “detto non detto” che induce il lettore a concludere la frase con le proprie idee, le quali coincidono sempre con il pensiero dell’autore, che ha condotto per mano il suo ascoltatore, passo dopo passo, fino a fargli creare la propria personale idea. Infatti Gavioso non pretende di insegnare nulla né di descrivere alcunché. Egli si limita a mostrare al lettore ciò in cui dovrebbe credere, senza imposizioni, senza arroganza, come ogni buon insegnante dovrebbe fare.

Lei è un idealista, professore, io non lo sono… Certo, persone come lei sono belle da guardare e suggestive da narrare, ma non servono… non servono. Lei è un uomo che se si ritrovasse tra le mani quattro mattoni e un paio d’ore di tempo, inizierebbe a costruire una cattedrale; io le metterei in un quadrato, accenderei un fuocherello e ci arrostirei sopra qualcosa… La vita è così breve, professore.

- (…) Io poserò i miei quattro mattoni, e a chi raccoglierà la cazzuola ne resteranno quattro in meno da posare… è già molto, mi creda…

Il lettore viene addirittura coinvolto in alcuni racconti, cosa insolita eppur originale, come particolari sono le storie dal punto di vista di un mattone o di una bufala campana, perché l’uomo non è capace di narrare tutto, o forse non può semplicemente parlarne.

http://ginevrawilde.wordpress.com/2014/06/16/667/

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