un anteprima de "Il Golp" in uscita ad aprile

È un “golp”: la tragedia di Moro
vissuta sui banchi di scuola

 

La tragedia di Moro, in quel terribile 16 marzo 1978, come l’hanno vissuta i bambini di allora. Una vicenda vista da sguardi innocenti, raccolta in un libro di Alessandra Delogu. Che ha scelto un titolo “Il Golp. Noi bambini il 16 marzo” (edizioni Arpeggio Libero), proprio usando quel termine “Golp”, invece di Golpe, perché così i piccoli, protagonisti di questo libro, avevano definito, nel loro scarno linguaggio, quel fatto. Molti politici, studiosi, giornalisti, hanno ricordato, approfondito, ricostruito quei giorni. Attraverso libri, film reportage, documenti, analisi. Quello della Delogu è un nuovo, inedito modo di affrontare la memoria.

Come ben spiega Francesco Strazzari nella prefazione, tutto accadde mentre stava per essere portato a compimento “il compromesso storico fra le due grandi forze politiche popolari, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano”. Un fatto storico enorme che si voleva sabotare, impedire. Il rapimento di Moro, la sua uccisione, a questo servì. Come vissero gli italiani e soprattutto i ragazzi quelle pagine tumultuose, lunghe 55 giorni, dal 16 marzo al 9 maggio 1978? Il racconto di Alessandra Delogu comincia proprio quando centinaia di migliaia di bambini, nella mattinata di quel 16 marzo, sono portati a casa e l’Italia è bloccata dallo sciopero generale. Scriveranno in un giornale fatto in classe giorni dopo: “Noi bambini il 16 marzo abbiamo saputo che Moro è stato rapito mentre eravamo in classe. Prima la bidella Carmela ha fatto suonare la campanella della ricreazione con molto ritardo. Poi quando siamo tornati in classe la maestra ci ha detto che dovevamo andare a casa prima perché a Roma era successa una cosa molto grave e così sono venuti i nostri genitori a prenderci”. Questa bidella Carmela è stata la prima ad ascoltare la drammatica voce di Paolo Fraiese, sul Tg1. Ed ecco le prime esclamazioni dei piccoli alunni: “Maestra Graziella, forse c’è un golpe?”. E poi la replica di tutti: “Maestra, che vuol dire “golp”? La maestra spiega come fosse una parola di origine spagnola, però con la “e” finale.

Così tutto si mescola. L’autrice intreccia le storie dei bambini, a Roma, a Messina, perfino a Istanbul dove una famiglia va a risiedere, con i documenti della tragedia. Troviamo così brani dei farneticanti documenti delle Brigate Rosse, accanto alle lettere di Aldo Moro che ancora oggi risuonano emozionanti. Appaiono, nel corpo insegnante, certo, anche impulsi autoritari :“Bisogna mandare i carri armati”, “Dovrebbero suicidarli in carcere come fanno in Germania”. Le bambine, i bambini, più disincantati, vivono, spesso con apprensione, ad esempio, diverse storie di famiglia, a volte felici, a volte inquiete. Vicende quotidiane che si intrecciano con quanto avviene fuori dalla porta di casa. Sono altresì chiamati a simulare l’edizione straordinaria di un giornale da comporre a gruppi. Ed eccoli intenti a cercare informazioni, a scoprire di quei poliziotti assassinati che provenivano da famiglie umili. Scrive Anita nel suo diario: “Avrei preferito raccontare la gita al mare di domenica e invece io, Daniela, Luca e Giovanni abbiamo dovuto scrivere un articolo sugli agenti di scorta uccisi e sui loro funerali”.

Trascorrono i giorni del rapimento, con nuovi messaggi dei brigatisti, nuove ricerche. Qualche ragazzo sembra favorevole alla trattativa, allo scambio con altri brigatisti. “Perché non li fanno uscire? …Non stanno chiedendo soldi, perché non si può fare?”. Risponde un altro “Lo Stato non può liberare dei delinquenti”. Una maestra spiega come i rapitori intendano “ avere un riconoscimento politico…vogliono che lo Stato riconosca le loro ragioni, le loro idee”.

Siamo all’amara conclusione, all’orrenda telefonata che indica via Caetani con la vettura che ospita il cadavere di Aldo Moro. E ancora una volta tutto s’intreccia. Perché uno dei ragazzi Bernardo, sembra sovrapporre la tristezza nata da liti fra i genitori, alla vigilia di una separazione, con le immagini di Moro durante i due mesi di prigionia. “Un uomo”, annota l’autrice,  “che, prima del rapimento, lui non sapeva neanche chi fosse, ma a cui pian piano si era un po’ affezionato”.

Un anno dopo quei ragazzi sembrano ritrovarsi e Donatella scrive nel tema assegnato, sul rapimento, che gli è rimasta impressa l’ultima lettera che Moro ha scritto alla moglie… “molto bella ma anche molto triste perché ti fa sentire proprio il senso dell’addio”. E conclude: “Vorrei sapere cosa hanno provato i brigatisti leggendola e se si sono pentiti di quello che hanno fatto”. Anita le risponde come l’avesse molto colpita “il fatto che al funerale di Stato non c’era la famiglia di Moro perché giustamente ha voluto fare il funerale per conto suo, con poche persone, senza politici e senza le riprese della televisione. Mi ricordo anche le facce dei politici che al funerale ufficiale stavano seduti tutti vicini e guardavano imbarazzati verso l’altare perché il papa parlava del defunto ma non c’era la bara!”.

Parole, pensieri di fanciulli. Un modo per sentire le voci di un’Italia vera. Un libro che può far rinascere, soprattutto nelle nuovissime generazioni, attraverso la memoria, i germogli di una passione politica in grado di condurre il Paese verso traguardi di giustizia, senza cadere nel baratro della ferocia.

 

https://www.strisciarossa.it/e-un-golp-la-tragedia-di-morovissuta-sui-banchi-di-scuola/

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