Non andare via

di Annarita Tranfici

 

È incredibile quanto sia labile il confine tra la vita e la morte. Incredibile quante settimane ci impieghi un corpo per generarsi nel calore umido di un grembo di donna e come, talvolta, basti un misero attimo per metter fine all’esistenza di quello stesso individuo. È tutto qui, in questa pillola. Riconosco la mano di Dio, le dita che impugnano le forbici che taglieranno il filo a cui ora sono tese le mie membra. Tutto concentrato nei granelli in cui si sfalderanno queste pillole, granelli mortali che il mio stomaco assaporerà silenzioso e avido, accompagnandomi verso un sonno eterno, verso la porta d’uscita da un’esistenza che non ha più sorprese per me, né a cui io ho più nulla da dare. Ho esaurito le lacrime e la disperazione, non ho più armi con cui combattere. L’unico sentimento che sento ancora palpitare nel petto è il disgusto. Chissà quale senso di potere ha provato quel bastardo, cosciente di tenere la mia vita in pugno. Ma che soddisfazione può provare un uomo che, conoscendo la tua storia, ti manda via guardandoti negli occhi con lo sguardo cinico e indifferente di chi crede di aver già fatto la sua parte e non aver null’altro da offrirti? Quel colloquio era la mia ultima speranza. L’ultima chance di rimettere insieme i pezzi di un puzzle che non ha più capo né coda. Non posso più sfidare la magnanimità del padrone di casa, sono ormai sette mesi che non riceve un solo euro dalle mie mani, e Dio solo sa il motivo per il quale non abbia deciso di denunciarmi. E non posso più costringere la mia famiglia a una dieta forzata, fatta costantemente di privazioni e rinunce. Giada, povera donna. Come avrebbe potuto immaginare che il giorno in cui ha pronunciato la sua promessa di fedeltà in quella piccola cappella di Siena, in realtà stesse acconsentendo a farsi carico di una zavorra che ai suoi occhi aveva solo le sembianze dell’amore. Il giorno del nostro inizio è stato al tempo stesso quello della sua fine. È ancora così bella la mia Giada, ancora così giovane. Perché precluderle la possibilità di cercare un uomo migliore di me? Io ho fallito, non posso offrirle niente se non una vita di stenti e miserie, e lei non lo merita. Dovevo rappresentare il suo riscatto, un marito che la famiglia avrebbe dovuto solo ammirare, e invece sono solo fonte di vergogna e motivo di contrasto. Mi capita spesso di sentire il desiderio irrefrenabile di alzare la cornetta del telefono quando so che Giada è intenta a conversare con la madre, la sorella o qualche amica stretta. Nessuna di queste donne riesce a concepire come mia moglie possa provare ancora il desiderio di restarmi accanto, nonostante le mie mancanze, nonostante i miei malumori, nonostante non possa offrire un futuro dignitoso né a lei né alla bambina. Già, la mia bambina. La mia piccola grande donna che un paio di mesi fa ha iniziato la prima elementare. Con che occhi allegri e pieni di meraviglia vedo tornare la mia principessa da scuola. E con quale orgoglio mi mostra i suoi quaderni disordinati, colmi dei primi incerti tentativi di quella sua manina piccola e delicata che sta imparando a scrivere. In una sola settimana ha scribacchiato ben cinque lettere, riempendo fogli e fogli di un quadernone pieno di cancellature e scarabocchi, simboli dei suoi piccoli progressi. E ormai quasi con cadenza settimanale, ritrovo sul frigorifero post-it in carta gialla di Giada che ripetono più o meno sempre la stessa cantilena: “Armando, la bambina ha bisogno di un paio di quadernoni a righe. Prima di uscire mi lasci i soldi nello svuotatasche all’ingresso?”, “Armando, Letizia ha bisogno dell’autorizzazione per la gita allo zoo della settimana prossima. Lasci tu la quota alla maestra quando passi a prendere la bambina oggi pomeriggio?”. Dio benedica i post-it! L’ultima volta che ho dovuto sostenere lo sguardo di Giada mentre mi chiedeva del denaro che non possedevo, quanto mi è costato mentirle. La verità è che ho esaurito ogni tipo di risorsa: economica, fisica, mentale. Sono quasi cinque mesi che, come una mina vagante, vagabondo da un capo all’altro del Paese nella speranza che il colloquio che mi hanno programmato sia finalmente quello giusto, quello capace di dare una svolta alla mia vita e a quella della mia famiglia. Eppure, puntualmente, mi ritrovo costretto ad ingoiare un rifiuto più o meno esplicito, le cui motivazioni ho smesso di analizzare da tempo. Ed eccomi, dopo poco, a vomitare una cascata di bugie e alimentare un senso di colpa che, come un mostro insaziabile, ha succhiato a poco a poco ogni goccia di speranza dalla mia anima: “Tesoro di papà, la Barbie che mi hai chiesto è esaurita, ma il giocattolaio mi ha assicurato che ne verranno consegnate altre nelle prossime settimane. Solo un po’ di pazienza, ok?”, “Amore mio, l’azienda sta valutando la mia candidatura. Sono fiducioso che questa sarà la volta buona, la nostra vita sta per cambiare, finalmente!”.
Da domani in poi, la vita di Giada e Letizia cambierà sicuramente, in meglio. Perché io sparirò, per sempre. Senza moine, senza lacrime disperate, senza gesti eclatanti. Andrò via in silenzio, come un uomo consapevole che è giunto per lui il momento di farsi da parte. Niente salti nel vuoto, niente vasche rigate dal sangue, niente coltelli intrisi d’odio. Medicine, puri e semplici sonniferi, compagni fedeli delle mie notti insonni, governate in questi mesi dai fantasmi dell’ansia e del terrore. Ho bisogno solo di un bicchiere d’acqua e della mia poltrona preferita. Voglio morire comodo. Oh, il giornale. Un ultimo sguardo alle tragedie delle giornata. Caro mondo di merda, io ti saluto. Ormai mi hai tolto tutto e non devo più niente. Almeno voglio che la mia dignità rimanga intatta. So riconoscere il confine tra la vita e la non-vita, e credo che quella che sto vivendo sia un’esistenza che non valga più la pena di essere vissuta. Codardo! Vigliacco! A tua moglie e tua figlia, non ci pensi? Cara coscienza, aspettavo il tuo intervento. Ti stupirà sapere che i tuoi giochetti non mi incantano più. So discernere i tuoi meccanismi subdoli, e non attaccano. Non andrò ad elemosinare nessuno, nessuno mi vedrà mai in ginocchio a pregare per un tozzo di pane. Preferisco morire piuttosto. Quanto a Giada e Letizia, meritano un uomo che possa soddisfare i loro desideri, che possa portarli in giro la domenica, un uomo coraggioso e forte. Io non lo sono, non lo sono più.
Ora basta, è giunto il momento: un bel po’ di questi intrugli giù per la gola e addio.
"Cosa ci fai qua, papà? Non hai sonno? Vuoi che ti racconti una favola per dormire?" Bambina mia, che spavento. Quanto sei tenera con l’orsacchiotto Teddy in una mano e l’altra che sistema i tuoi bei boccoli biondi...
"Piccola mia, papà ha paura del lupo cattivo e non riesce a dormire..."
“Ma no papà, devi stare tranquillo! Ora viene il cacciatore e lo fa andare via, non preoccuparti. Nel frattempo io ti canterò una canzone per farti rilassare, va bene?” Piccola, neanche un paio di strofe e il caro vecchio Morfeo ti ha già ripreso tra le sue braccia. Meglio riportarti a letto...
“Ti voglio bene, papà. Dormi accanto a me, ti tengo la mano e non avrai più paura. Insieme sconfiggeremo il lupo cattivo e vivremo per sempre felici e contenti."
Lacrime. Per la prima volta dopo tanti mesi, non hanno il sapore né del tormento né della tristezza, ma di una gioia riscoperta, semplice, spontanea, e genuina. Al confine tra la vita e la morte, un angelo di nome Letizia è venuto e mi ha preso per mano. Un angelo puro, che ha bisogno di me per sconfiggere i suoi lupi cattivi. Il tempo di ricaricare le munizioni, bambina. Tuo padre farà di tutto per mostrarsi all’altezza delle tue aspettative, la battaglia non è ancora finita. Non andrò via, né ora né mai.

 

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