Il confine tra me e te, papà, è cambiato

di Adelaide Melato


“Non si tratta più solo di una linea nera, disegnata su una carta geografica o di un punto distante appena due dita su un polveroso mappamondo. Ci si è attaccato addosso con la prepotenza e la forza distruttiva di un cancro. Ci ha resi due menti distanti. Ci ha resi il confine.”.
Kleope poggiò la testa sul finestrino freddo e chiuse gli occhi per qualche secondo. Piegò il foglio in otto parti e lo mise dentro la borsa. Lasciava quei foglietti ovunque, sul divano, nel suo letto, in cucina, perfino in bagno. Portava sempre con sé carta e penna, ovunque. Spesso gli scrittori lo fanno. Il bisogno di scrivere è improvviso e va assecondato, sempre.
Quando poi finiva, piegava i suoi pensieri in otto parti, per sigillarli meglio dentro la carta, e puntualmente dimenticava di conservare i suoi sentimenti. Tendeva a dimenticare.  Fin da piccola scordava il finale di un film o di una fiaba, il colore di un giocattolo. Dimenticava di aver mangiato o di aver detto qualcosa. Dimenticava di mettere la sveglia e qualche compleanno. Se aveva l’influenza, sua madre la controllava o avrebbe rischiato di prendere due volte lo stesso farmaco  o di non prenderlo affatto.
Chiuse gli occhi e provò a ricordare suo padre. Non troppo alto, con le gambe magre ed un accenno di pancia, forse dovuta all’età, i capelli castani quasi bianchi, la barba curata e una piccola cicatrice sulla guancia destra. Aveva portato gli occhiali per così tanto tempo che due piccoli solchi si erano formati sulle estremità del suo naso.
Kleope sorrise. Aveva la tendenza a dimenticare, ma lui lo avrebbe sempre ricordato benissimo.
Il treno viaggiava ad altissima velocità, ma nessuno sembrava accorgersene. Il paesaggio era vuoto. Non si vedeva altro che traversine e binari per lunghi tratti di strada, ai margini dei quali l’erba cominciava ad ingiallire.
Aveva dimenticato i suoi auricolari, quindi non avrebbe nemmeno potuto ascoltare la musica. Sbuffò e sulle sue labbra apparve un piccolo broncio. Incrociò le braccia sotto al petto e sprofondò nel sedile.
Tirò fuori dalla borsa il libro che aveva scelto come compagno di viaggio ed iniziò a leggere. Le era sempre piaciuto. Si immedesimava nei personaggi al punto da percepirne i movimenti, sentirne gli odori, provarne i sentimenti. Leggendo, smetteva di esistere. Il suo essere si annullava. Kleope moriva e al suo posto nasceva una storia.
- È  occupato? -  Kleope sollevò lo sguardo. Una signora anziana, con un buffo abito azzurro pastello si sedette di fronte a lei. “Sembra la signora in giallo” pensò Kleope cercando di trattenere un sorriso. “Cosa chiede a fare se poi non aspetta la risposta?!”.
Gli occhi erano grandi e vispi. Così luminosi che le rughe che li circondavano venivano notate solo in un secondo momento. Le labbra erano secche, eppure da quella signora trasudava solo una gran voglia di vivere.
Trascorsero attimi in cui nessuna distolse lo sguardo ma non si creò nessun imbarazzo.
- Tu mi ricordi qualcuno – disse la donna guardando Kleope con l’espressione concentrata di chi sta cercando di ricordare. Kleope si limitò ad alzare le spalle non sapendo cosa dire. - Sono Grazia, - aggiunse poi sorridendole – Kleope.
Il mondo fuori dal finestrino continuava a correre velocemente. Quei quattro sedili sembravano essere isolati dal resto. Le loro chiacchiere e i loro sguardi le avvolgevano come una colorata coperta invernale fatta a maglia. Grazia continuava a guardarla con un’espressione crucciata. Kleope pensò di chiederle chi fosse. La curiosità la corrodeva. Aprì la bocca un paio di volte e finì con lo stare zitta ad imprecare mentalmente contro la sua timidezza.
- È un libro complesso - osservò Grazia accennando al volume che Kleope teneva tra le mani
- È scritto così bene che leggendolo non ne ho la percezione - accarezzò con le dita la copertina lucida sulla quale risaltava il titolo, grande, rosso ed un po’ in rilievo. Aveva pronunciato quella frase a bassa voce, come se stesse rivelando un segreto tra lei e quelle duecentosettantacinque pagine.
Grazia sorrise, continuando a guardarla. Scrisse su un foglietto il nome di un autore ed il titolo di un libro. La calligrafia di Grazia era elegante. Il tratto nero risaltava nettamente al centro del foglio.
- Leggi questo, quando lo avrai finito. Sono sicura che ti piacerà.
Kleope annuì sinceramente interessata, poi conservò il biglietto nella borsa, vicino all’altro.
Grazia era davvero brava a condurre una conversazione. Trovava argomenti interessanti ed era un’ottima ascoltatrice. Kleope non aveva mai avuto quel dono. Conversare non le riusciva bene. Aveva sempre l’impressione che alle persone non interessasse quello che aveva da dire.
- Quindi vai all’università?
- Psicologia. - rispose Kleope sorridendo e drizzando le spalle. La riempiva di orgoglio parlare della sua facoltà.
- È  lì  che sei diretta?
Kleope abbassò gli occhi. Morse le guance internamente, poi le sue labbra si curvarono in un sorriso triste.
- No io… io vado a trovare una persona – rispose accigliandosi. Evitò di guardare Grazia negli occhi. “Non è una bugia” continuava a dirsi. Eppure non riuscì ad evitare di sentirsi in colpa.
– E lei? - chiese cambiando argomento.
– Io vado ad un funerale.
Kleope spostò lo sguardo sul vestito azzurro e sul bizzarro cappello fiorato appoggiato sulla valigia.
- Non vorrei mai che al mio funerale vestissero tutti di nero - spiegò Grazia –Tu obbligheresti le persone che ami ad ostentare la loro tristezza?
Kleope scosse la testa e guardò il suo abito. –No, non lo farei.
Scesero entrambe dalla stessa stazione. Kleope si offrì di aiutare Grazia con le valigie, poi inciampò nel gradino, cadendo sul binario.
- Forse dovrei essere io ad aiutare te - le disse Grazia sorridendole dall’alto.  
Si salutarono. Grazia guardò Kleope sparire gradualmente dietro le porte semitrasparenti dell’autobus e sparì a sua volta dentro il successivo.
*
“Il confine tra me e te, papà, è cambiato. Non si tratta più solo di una linea nera disegnata su una carta geografica o di un punto distante appena due dita su un polveroso mappamondo. Ci si è attaccato addosso con la prepotenza e la forza distruttiva di un cancro. Ti ha reso un corpo freddo e distante. Il confine sei tu, papà. Tu e le tue brevi chiamate, tu e i tuoi vizi, tu e la tua fretta, tu e i tuoi principi.
I confini non esistono. Sono solo delle linee con cui l’uomo gioca a separare le terre, i mari, le esistenze.
Il nostro confine non è mai esistito papà. Lo abbiamo creato, lo abbiamo alimentato e adesso sono qui da sola a guardarlo morire…
Ci sono persone che non ho mai visto e che probabilmente non hanno mai visto me. Piangono. Ti sarebbe piaciuto essere la causa di tutte queste lacrime, di tutto questo dolore. Ti avrebbe fatto sentire importante, necessario. Avresti sorriso e mi avresti detto – Hai visto?! Visto che anche se tu non mi vuoi più bene, a qualcuno dispiace?
E allora sarei scoppiata a piangere anche io.”.
*
Il cielo quel giorno era limpido. Kleope rimase in piedi durante tutta la cerimonia. Lontana dalla folla, lontana dalle lacrime, lontana da lui. Era stata diverse volte sul punto di piangere. Aveva sentito gli occhi diventare umidi e la vista appannarsi, ma non lo avrebbe fatto. Avrebbe aspettato di arrivare a casa. Si sarebbe fatta una doccia, avrebbe indossato il suo pigiama, avrebbe poggiato la testa sul cuscino e allora avrebbe pianto fino ad addormentarsi.
Indossava un  abito nero ed un’elegante stola sulle spalle, ma lungo la strada si era fermata in un negozio ed aveva comprato un paio di sandali gialli con un’ enorme margherita all’altezza dell’alluce.
Sorrise guardandosi i piedi. Sorrise ancora, quando qualcuno le poggiòsulla testa un bizzarro cappello fiorato.

 

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