Sei parte di me

di Viviana Cardone

 

«Sono qui!» Impaziente e smarrita, continuavo a sentire la sua voce echeggiare intorno a me: correva impetuosa e irrequieta fino a  sfiorarmi  il viso come una sottile brezza gelida e pungente, per poi ritirarsi timorosa e pentita, disperdendosi e morendo contro le pareti incandescenti. Esausta, disorientata e con qualche costola fratturata che mi piegava in due, mi rialzai e  mi rimisi in cammino verso un sentiero tortuoso e surreale di cui non ricordavo il principio e non conoscevo la fine.
«Dove sei? Dove sei?» Un grido disperato scaturì direttamente dall’anima e lì vi rimase. Non riuscivo nemmeno più a pronunciare le parole per mezzo delle mie labbra, che da giorni sentivo serrate, e che schiudevo solo per sospirare, quando mi accasciavo stremata dal dolore o per assaporare  il sale delle lacrime. Lacrime che versavo senza che me ne rendessi conto, presa com’ero dalla furia della mia ricerca. Ma ancora troppo lontano e troppo flebile giungeva all’udito quel dolce lamento perché potessi capire da dove provenisse. Mi giravo e rigiravo a scatti smaniosi e frenetici in quel labirinto infernale, offuscato da una temperatura ardente che rendeva l’aria irrespirabile. Mi muovevo, senza bruciarmi, tra le fiamme sinuose e danzanti, animate da un rosso accecante e vivo come il sangue, che divampavano da giorni,  o da mesi, non ero in grado nemmeno di stabilirlo.  Ora lontane, ora vicine quelle lingue infuocate,  le toccavo camminando con le braccia protese in avanti, per cercare invano un equilibrio. Riuscivo a vedere le mie dita immergersi nel fuco senza alterarsi; avvertivo un intenso e  insopportabile calore eppure stranamente non mi consumava. I miei respiri che si facevano sempre  più affannosi, sembravano alimentare il fuoco, che violento s’alzava come un serpente desideroso di  colpire e di soffocarmi nella sua morsa. Tuttavia compresi presto che il suo intento non era annientarmi ma logorare lentamente il mio corpo insieme allo spirito, per  rendere più penoso ed estenuante quel cammino che mi avrebbe condotta chissà dove.  Come ci fossi finita in quel luogo astratto e indefinito, di cui ignoravo anche il tempo, avevo smesso di chiedermelo da un po’, da quando cioè mi ero resa conto che non si trattava di un incubo, che non ero in preda alla follia e che seppure si fosse trattato di uno scherzo della mia fervida immaginazione, avrei deciso soltanto di darmi da fare per scoprire dove mi trovassi e per quale motivo. Quando poi vidi lui, Nicolas, il mio gemello, apparire dal nulla di fronte a me e stendere la sua mano timida e incerta come per chiedermi aiuto, per poi allontanarsi repentinamente fino a sparire lungo il sentiero che mi si apriva dinnanzi, capii che qualcosa di importante, seppure inspiegabile, sarebbe accaduto. Da anni non ricevevo da lui un solo sguardo,  una sola parola, precisamente dal triste giorno in cui si era catapultato, suo malgrado, nel profondo tunnel della depressione e mi aveva completamente esclusa dalla sua vita, se di vita si poteva parlare. Da anni era diventato il mio chiodo fisso, la ferita sempre aperta che mi lacerava l’anima, la mia costante angoscia. Da anni un vuoto incolmabile mi impediva di vivere serenamente. Cresciuta insieme a lui e legati da un amore puro e sconfinato, come quello che solo due fratelli gemelli possono condividere, col suo abbandono avevo perso tutto.  Ritrovarmi lì d’improvviso, ritrovarlo lì tra la realtà e l’irrazionale, tra la vita e l’inferno, aldilà dei confini della mia comprensione, doveva necessariamente significare qualcosa di più. Non era bastato infatti strizzare gli occhi affinché mi destassi, né urlare forte, né attendere che svanisse come svanisce un sogno o un’immagine prodotta dalla mente. Ero lì da tanto, non sapevo da quanto ma mi sembrava un’eternità. Come se si fosse aperto uno squarcio temporale, non riuscivo a percepire il tempo che mi sembrava fosse sospeso. Confinata nel mistero, insieme alla persona di cui mi importava più di qualsiasi altra cosa, avanzavo, abbandonandomi completamente all’ignoto, in cerca della nostra verità.
Un diabolico susseguirsi di scene raccapriccianti si concretizzavano davanti ai miei occhi e svanivano senza lasciarmi riprendere dall’agonia che esse mi provocavano, per poi ricominciare a farmi ansimare di terrore, in un tumulto di emozioni contrastanti e struggenti. Mi aggredivano e mi indebolivano fisicamente sempre di più ma, di contro, intensificavano la mia determinazione a proseguire. Ero lì per il mio Nicolas, questo è quanto sapevo di sentire dentro di me. Se quella lì doveva essere in qualche modo una prova da superare, un’ espiazione per riprendermi il mio gemello, ero pronta a tutto. Nulla poteva far male quanto la paura e la rassegnazione di averlo perso per sempre. Nulla valeva più di un sorriso che avesse potuto ritornare a sbocciare e a risplendere sul suo volto e se avessi dovuto rischiare di impazzire per tentare di risollevare le sue sorti, lo avrei fatto senza esitazioni. Ma sentivo soltanto la sua voce e mi trascinavo a fatica per inseguirla attraverso le fiamme e le orribili visioni. Temevo durasse per sempre, temevo di trovarmi realmente all’inferno dopo una morte di cui non ricordavo nulla. In realtà non ho mai capito dove mi trovassi ma so che vi giunsi perché Nicolas mi chiamò da lì.
Finalmente lo trovai o fu lui che ritrovò me, quando avevo perso ogni speranza; era accovacciato in un angolo, con le ginocchia strette al petto e la testa in giù, poggiata su di esse. Le sue sembianze però non erano quelle dell’uomo di ventitré anni quale era allora; era bambino il mio Nicolas, come lo era ai suoi quattro anni, coi folti e capricciosi riccioli biondi e gli occhi di cerbiatto. Corsi verso di lui e lo presi in braccio, lo strinsi forte a me col terrore che mi scivolasse dalle mani. L’ultima cosa che ricordo è il mio pianto immenso e il mio viso, ora sul suo piccolo petto morbido, ora sulle sue guance umide per coprirle di baci.
Sono trascorsi dieci anni dal mio risveglio dal coma e da quando Nicolas mi ha donato il suo rene.
Ci siamo ritrovati, siamo diventati l’uno parte dell’altra e questa volta  non ci perderemo  più.

 

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