Fermati finché sei in tempo

di Alessandra Bertini

 

Alle quattro del mattino Max è già in piedi, oggi deve morire. A dire il vero nell’ultimo mese sarà almeno la quarta volta che gli tocca farlo, a soli 35 anni può vantare già una lunga serie d’incidenti mortali. Max è uno stuntman e il suo meglio sono le evoluzioni su quattro ruote.
Prima di uscire di casa Max saluta la mamma che continua ancora a svegliarsi all’ora del figlio per preparargli la colazione. Lo congeda con un bacio sulla guancia e la solita frase: - Massimiliano, - perché la mamma non ha mai smesso di chiamarlo con il nome intero - mi raccomando, fermati finché sei in tempo.
- Certo mamma, sarò a casa per pranzo.
Max adora il suo lavoro, non ha mai avuto dubbi su quello che avrebbe voluto fare da grande, se a dieci anni glielo avessi chiesto, non avrebbe usato la parola stuntman, ma ti avrebbe risposto così: - Voglio fare le capriole con il camion di papà, come il suo amico Omar fa con la sua macchina.
Arturo Nobili, padre di Massimiliano Nobili, faceva di mestiere il camionista. Per lunghi periodi era stato costretto a restare lontano da casa ma quando tornava, aveva così tante storie appassionanti da raccontare a suo figlio, che oltre a un padre, Arturo Nobili era diventato per Max anche un idolo. Narrava di lingue d’asfalto senza fine, tempeste spaventose, bolidi sfavillanti e scontri incredibili. E un giorno raccontò a Max di aver conosciuto una persona che di lavoro faceva incidenti: - Figliolo, - disse Arturo Nobili - oggi ti racconto di Omar, un uomo straordinario che ho conosciuto a Menfi e che di mestiere fa incidenti pazzeschi con la sua macchina. Pensa, lo pagano per scontrarsi con altre macchine o andare a sbattere contro muri o ancora per andare fuori strada a capriole, e la cosa più bella è che non si fa mai male. Al massimo, mi ha detto, qualche livido.
Max ricorda ancora nitidamente come, quel giorno, la mamma si arrabbiò con il marito per quella storia assurda che gli aveva raccontato: - Ma cosa vai ad inventarti, che Massimiliano è ancora piccolo e magari ci crede e lo vuole fare anche lui?
- Non mi invento proprio niente - le aveva risposto il padre - Omar esiste davvero e davvero fa quel mestiere, chi pensi che ci sia dentro le macchine che si schiantano nei film? C’è Omar o gente come lui, con il coraggio che gli scorre nelle vene al posto del sangue, che vive per mettersi alla prova, per sfidare la sorte, per avvicinarsi ogni giorno di più al confine tra la vita e la morte. Per questo avranno per sempre il mio rispetto.
E quelle parole Max non le ha più dimenticate, mentre suo padre, quando gli disse che avrebbe fatto lo stuntman, si rammaricò non poco di averle pronunciate.

Per lo più Max impiega il suo tempo con inseguimenti o fughe mozzafiato in film ad alta tensione; ma il suo cavallo di battaglia sono i precipizi. Corse a tutta velocità verso il baratro saltando sempre giù un attimo prima. Per Max è quello il confine tra la vita e la morte di cui, da bambino, ha sentito parlare suo padre. Gli piace perché ogni volta gli sembra di vederla in faccia la morte e di sapere esattamente quando e come beffarla. Questo lo fa stare bene, gli pompa quell’adrenalina e quell’emozione che poche altre cose gli provocavano. Eppure Max non è né uno sprovveduto né un incosciente, anzi si prepara scrupolosamente per ogni nuovo film o nuova prova, del resto, ripete spesso: - Questo è il mio lavoro e se voglio continuare a farlo bene, non posso certo permettermi di morire.
Così è anche per la sfida di oggi, ha studiato tutto nei dettagli: il tracciato da percorrere, la sua lunghezza, gli eventuali possibili ostacoli e soprattutto l’abisso con i punti in cui potrebbe atterrare per non finirci insieme al camion, perché oggi Max  guiderà davvero un camion.
Alle sette in punto Max indossa le protezioni del caso e sale sull’autoarticolato che dovrà guidare alla massima velocità lungo una strada sterrata e piuttosto tortuosa. Alle calcagna avrà due macchine della polizia lanciate all’inseguimento del carico di droga. Questo è quello che prevede la scena. È pronto a partire, ripassa a occhi chiusi le curve che dovrà affrontare simulando i movimenti delle braccia sul volante. Dà un’ultima occhiata agli specchietti, riflette sul fatto che ci sarà molta polvere e che la visuale non sarà perfetta. Poco male, ci è abituato. Controlla che nel taschino interno della tuta, all’altezza del cuore, non manchi la foto che ritrae lui e suo padre non molto tempo prima che il tumore lo sconfiggesse; senza quella non potrebbe partire. Con il pollice su fa cenno alla regia che è pronto, il ciakkista si posiziona e fa quello che ci si aspetta da lui. Max schiaccia l’acceleratore fino in fondo.
Partiti.
100, 200, 230, adesso è al massimo. Max e il suo tir filano via veloci come se la strada fosse tutta un rettilineo, è proprio bravo Max alla guida, le persone sul set guardano ammirate il bolide sfrecciare, bisbigliando frasi del genere: - Ma come fa?
- È contro ogni legge della fisica tenere in strada un gigante del genere a quella velocità.
- È  pazzo da legare.
Poi arriva anche l’ultima curva, quella in cui il copione prevede che il mezzo esca fuori di strada e precipiti. Ma per Max non è semplicemente una curva, è il suo confine, la linea immaginaria che individua la sua esistenza, che divide e allo stesso tempo unisce, il limite che gli permette di dare forma al mondo, di dimostrare la propria forza. Ecco perché adesso non è più una questione di guida, semmai di vita.

Il camion comincia a sbandare, slitta sui sassi del fondo stradale e nell’affrontare la curva si inclina. Più della metà del rimorchio è già fuori dalla carreggiata, porterà con sé anche il resto del veicolo.
Max, come al solito pensa alla mamma, “fermati finché sei in tempo”. E in quel momento salta fuori.

 

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