IL MIO MONDO E' CIO' CHE VEDO

di Francesco Piscitelli


Il tenue azzurrino di una luce a led rischiarava l’ambiente dando forma a ombre oblunghe lungo le pareti. Una sveglia a forma di cuore ticchettava sul comodino, segnando le ore tre. Un ragno in un angolo in alto della stanza aveva catturato una falena e la teneva ferma con quattro zampe. Muoveva le restanti due in modo elegante e preciso come un pianista sulla tastiera del pianoforte. Alice seguiva la scena dal proprio letto fissando il ragno all’opera. Erano tre mesi che quell’aracnide si era insediato in casa facendo di quell’angolino la propria dimora. Ogni notte veniva osservato a propria insaputa da Alice.
L’indomani mattina, lungo la strada verso la scuola elementare, Alice camminava con gli occhi spalancati senza lasciarsi sfuggire alcun particolare di quel percorso che pur conosceva bene. Al momento di attraversare la strada, si bloccò a fissare un’anziana signora seduta alla fermata dell’autobus. La ricordava, era presente al funerale l’anno precedente e qualche giorno dopo aveva anche fatto visita a lei e sua madre portando dei biscotti al burro fatti in casa. Mentre la guardava si lisciava i lunghi codini biondi che portava di consueto, tenuti legati da un paio di elastici arricciati color viola.
“Alice! È verde, su” disse la madre, tirandola via sbuffando. Alice attraversò la strada girando la testa per continuare a osservare la vecchina.
“Ricordati che dopo la scuola andiamo dalla dottoressa – disse la madre salutandola al cancello dell’istituto – Fa’ la brava e non creare problemi agli altri”. Accompagnò le parole accennando con la mano una carezza sul capo. Il baschetto che la bambina indossava si scostò. Alice lo raddrizzò una volta che la madre si fu allontanata, seguendola con lo sguardo. Quando la vide girare l’angolo e sparire dalla vista, si voltò per entrare nella scuola.
“Ragazzi, arriva la strega!” esclamò un bambino dai capelli ricci sulle scale d’ingresso, suscitando uno scoppio di risa nel gruppetto che gli era intorno.
“Attento che adesso ti ipnotizza!” replicò un altro.
“A me hanno detto che fa tipo come quella che se la guardi ti trasforma in pietra!” disse sottovoce una bambina con gli occhiali.
Alice si diresse verso i corridoi con lo sguardo fisso davanti a sé e le mani aggrappate alle bretelle dello zaino. Sembrava curarsi poco delle reazioni altrui. Durante la lezione fissava la maestra che in piedi spiegava i nomi primitivi e i nomi derivati con ampi gesti delle braccia. Ignorando ciò che fosse scritto sulla lavagna, Alice non staccava lo sguardo dall’insegnante, che ricambiò con un sorriso appena abbozzato quando se ne accorse.

“Ti piace?” disse la dottoressa, indicando il pendolo di Newton sulla scrivania sul quale Alice aveva posato gli occhi.
“Sì” rispose la bambina, con tono monocorde.
“Anche io delle volte mi perdo a osservarlo. A te capita spesso, vero, di fissare qualcosa che ti incuriosisce?”
“Non sono curiosa”
“Si tratta di qualcos’altro?”
“Devo controllare”
“Cosa devi controllare?”
“Se una cosa resta dentro i confini dello sguardo continua a esistere”. Diceva ciò senza mostrare sul viso alcuna smorfia, seduta rigida sulla sedia. Dondolava però le gambe mentre parlava.
La dottoressa soppesò le parole che aveva udito appoggiandosi all’indietro sullo schienale. Lanciò un’occhiata alla madre che rispose con uno sguardo rassegnato.
“Alice, sai che non è possibile controllare tutto. Per esempio, adesso non stai guardando casa tua. Eppure è lì, non si muove e non svanisce”
“Non m’importa – replicò gelida, scalciando più veloce le gambe – Il mio mondo è ciò che vedo. Basta che non scompaia davanti a me”
Ogni terapeuta che nel corso dei mesi aveva esaminato la piccola aveva ricevuto una risposta in qualche modo simile. Un anno di sale d’attesa, di consulti e visite di specialisti che non avevano risolto il problema. 365 giorni dall’incidente una sera mentre dormiva nell’auto guidata dal padre. Alice aveva smesso di chiudere gli occhi, anche per dormire.

Qualche settimana dopo il colloquio con la psicologa, in classe arrivò un nuovo alunno: Marco, un bambino ipovedente. Alice prestò poca attenzione al nuovo arrivato, presa com’era dal seguire una farfalla che danzava in volo davanti la finestra dell’aula. Marco prese posto nel banco proprio accanto al suo. Non ebbe difficoltà a familiarizzare con i nuovi compagni, anche se nella pausa per la ricreazione tendeva a partecipare poco ai giochi degli altri, preferendo rimanere seduto. Un giorno, proprio durante l’intervallo, a Marco cadde la penna.
“Scusa, potresti…?” chiese voltandosi verso la propria sinistra.
Alice si chinò e raccolse la penna prima che lui terminasse la frase.
“Grazie”
“Come sapevi che stavo qui seduta?” chiese Alice, inclinando il capo di lato.
“Quando tutti si sono alzati non ho sentito il rumore della tua sedia. E poi avverto i tuoi sospiri”
Alice lo osservò. I due in breve tempo finirono con lo stringere amicizia. Alice lo fissava e finché le era possibile non lo abbandonava con lo sguardo. Gli altri bambini se ne accorsero e iniziarono ulteriori battute e risate sul comportamento della loro compagna.

Marco, alle cui orecchie non erano sfuggiti i commenti, un giorno affrontò l’argomento.
“Qui a scuola dicono che fissi le persone”
“Non tutte. Solo quelle a cui tengo”
“Tu mi fissi?”
“Sì. Io ti fisso tanto” disse Alice, abbassando il capo ma continuando a guardarlo dritto in volto.
“Perché?”
“Perché se chiudo gli occhi tu scompari”
Restarono in silenzio. Poi Marco allungò il braccio verso Alice. La mano andò timidamente a cercarne il viso, dove si poggiò con delicatezza. Lo accarezzò.
“Io non ti vedo, eppure sei qui davanti a me. Mica scompari. Il mio mondo è ciò che percepisco” le disse lui.
Alice aprì la bocca ma non proferì parole di replica. La mano di Marco era intanto ancora poggiata sulla guancia.

Poi, alla fine, lei sorrise e socchiuse gli occhi.

 

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