FINIS TERRAE

di Simone Piani


“Finis Terrae”.
L’incisione, antica di secoli, forse millenni, era chiara. Ciò che provava in quel momento non lo era affatto.
Aveva sempre cercato di tenersi lontano da sentimenti troppo incerti. Ora però era si sentiva insicuro; guardava l’orizzonte da quel promontorio a picco sul mare senza osare muovere un muscolo.
Un brivido dai piedi risalì verso il cuore e poi verso la testa, scaldandogli le guance.
Non esitò, accese l’Avidya sistemandosi meglio i diodi impiantati nelle tempie e si immerse dentro di sé.
Dentro l’Avidya Arturo era libero. I limiti del mondo reale svanivano ed ogni cosa poteva essere superata, anche il “Finis Terrae”.
Si buttò dalla Rupe, il confine di ciò che non solo lui ma ognuna delle altre diciotto miliardi di persone temeva e venerava. Quante volte l’aveva fatto, non le contava più da tempo.
Ogni volta cadeva, precipitava, ogni volta atterrava con un leggero tocco sul suolo, al fondo del precipizio. Eccola lì, la conoscenza, tutta per lui al termine del suo viaggio. Quella volta si era manifestata in modo particolarmente insolito. Guardava il suo Orexis, al polso: cento, il suo livello di desiderio era nella norma.

Matteo era stato piuttosto vago quando tempo prima Arturo gli aveva accennato le sue titubanze. Solo con lui osava farlo, in realtà.
“Senza limiti, l’uomo si perde Arturo. Da quando esci di casa a quando torni la sera nel letto, per riposare, la tua vita è delimitata da confini. Da nessuna parte ti insegnano a superarli; perché dovresti del resto?”
“Forse i confini non sono così pericolosi…”
“Arturo, quel confine che chiamiamo oggi Finis Terrae è stato posto da Ercole che pur non temeva nulla! Perfino lui ha dovuto porre dei limiti, e ancora oggi quelle Colonne rimangono inviolate. Non c’è nulla oltre il Finis Terrae, Arturo, lo sai. Tu pensi di poter trovare qualcosa? Delle risposte, magari?”
“No. Risposte non ce ne sono”.
“Torni ad essere ragionevole.”
“Eppure quando sono lì in piedi e ascolto, sento che c’è dell’altro.”
“Ora basta, è tardi Arturo. Hai l’Avidya, cioè tutto ciò di cui hai bisogno. Arrivederci”
Matteo si era allontanato senza aggiunger altro. Arturo era rimasto lì, senza sapere cosa fare, senza desiderare di saperlo. Il suo Orexis, al polso, segnava ottantuno.

La conoscenza: un vassoio d’oro ricolmo delle più prelibate vivande, tutte velenose per l’uomo. Nell’Avidya Arturo aveva l’antidoto al male in esse contenuto e poteva assaporarle ad una ad una.
Cosa c’era oltre il Finis Terrae?
Ogni volta che si lanciava giù dalla Rupe si sentiva come Odisseo, l’antieroe per eccellenza che sfida i confini posti dagli Dei in nome della conoscenza.

Questa volta una luce era apparsa nella sua mente elettrostimolata, un bagliore indefinito che occupava una porzione di spazio incoerente: non era prodotto da alcunché, sembrava piuttosto un foro o una finestra dalla quale penetravano i raggi del sole. Era lì, poco distante da lui, una finestra nell’aria.
Fece un passo indietro, incerto. Un lieve calore proveniva da quella luce.
All’improvviso si accorse di avere gli occhi doloranti; era come se non li usasse da un po’ di tempo, come se fossero poco allenati. La luce feriva le sue pupille, non vi era abituato.
Delle catene scorrevano attorno ai suoi arti, non le aveva notate prima. Ne seguì il percorso tastandole e notò che il ferro si inseriva in una roccia a pochi metri di distanza, un masso all’apparenza impossibile da smuovere.
Era rimasto imprigionato per chissà quanto tempo prima di aprire gli occhi. Tutto attorno era nero, meno buio mano a mano che ci si avvicinava a quella luce sospesa nell’aria. Non si ricordava se fosse notte da sempre oppure se le ore, forse i giorni, fossero passate senza che lui se ne accorgesse.
Non fu una scelta consapevole quella di muoversi verso la luce, più un bisogno istintivo, una pulsione primordiale. Senza rendersene conto superò la distanza concessa dalle catene le quali scivolarono via silenziose, come serpenti ormai innocui.
Anche il bagno di luce nel quale si immerse avvenne senza alcun timore e remora. Non solo i suoi occhi ma tutto il corpo traeva giovamento da quell’esperienza.
Uscì. Appena lasciato alle spalle quello squarcio luminoso apparve di fronte a lui qualcosa che non avrebbe potuto descrivere a parole. Riusciva a stento a comprendere quello che stava vedendo: poco prima non avrebbe mai potuto nemmeno inventarlo. La Terra, vista da lontano. La Terra con i suoi mari, con i suoi continenti, con le sue piccole imperfezioni che ne rendevano così sincero l’aspetto. La Terra, una sfera schiacciata ai poli. Una forma, quella, sconosciuta. Una forma impossibile, una forma mai immaginata prima. Eppure così plausibile. Allungò la mano per tenere il globo stretto nel pugno. Ne accarezzava i contorni mentre tutto il suo corpo rimaneva sospeso nel nulla. Avrebbe voluto prenderla, ruotarla, guardare sotto.
Si trattenne e assaporò la sensazione che ora ogni cosa fosse al suo posto. Un sentimento di euforia lo pervase.
Un piccolo passo verso la Verità. L’Orexis segnava centotrenta, decisamente sopra gli standard.

Arturo spense l’Avidya e osservò il Finis Terrae. Ancora una volta una nuova materializzazione di quel desiderio imponente che muove l’uomo a poggiare il passo dove ancora la terra è vergine da ogni tocco, un’altra immagine creata dalla sua mente per andare oltre i confini che si era imposta.

Arturo allungò la mano, oltre il Finis Terrae. Non successe nulla, la sua mano non si disintegrò nei miliardi di particelle che la componevano. Rimase tale, una mano. Si guardò intorno. Aspettò un attimo poi premette le mani contro quel grosso blocco di marmo nero; sul quale era incisa la fine di ogni cosa. Se fosse stato posto da Ercole o da qualcun’altro in tempi più recenti, non gli importava. Lo spostò avanti, un centimetro o poco più.
Così aveva fatto per undici anni, esattamente undici quel giorno, così avrebbe continuato a fare.

Era calmo, senza dubbi. L’Orexis segnava centoventuno.

 

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