DELIRIO AL CONFINE

di Michael Crisantemi


Dove inizia il tuo sguardo finiscono i miei giorni.
Prendi un pennello, intingilo di sangue e traccia una linea qui nel mezzo.
Ridammi i miei silenzi ed io ti renderò indietro i tuoi. E le tristezze, le ansie e le cinque della sera.
Ci accogliemmo nelle nostre vite a braccia aperte, e facemmo male, forse, a non chiudere i cancelli.
Tutto intorno è gabbie e linee rette tirate con la riga. Perché mai non avremmo dovuto mettere confini tra di noi? Ora sappiamo quanto costa dividere un regno che era unito...
Hai proprio superato il limite, ed io ti ho seguito: volevo vedere fin dove ti saresti spinto. Troppo in là, senza dubbio, e siamo caduti insieme in un burrone non segnalato.
Stamane mi sono rialzato, a fatica, ho tracciato il mio confine. E sono disposto anche ad uccidere pur di difenderlo. Non ci credi? Fai un solo passo indietro e di Remo conoscerai il rimpianto.
Ho mandato i sacerdoti a svolgere il loro sacro officio: giunti sul limite estremo della mia città hanno recitato la formula che mi suggerì la Sibilla, quando tutti dormivano e non c’era pericolo di svegliarli. O Giano, o Giove, o padre Marte, o Quirino, o Bellona, o Lari, o dèi Novensili, o dèi Indigeti, o divinità che avete potere su di noi e sui nemici, o dèi Mani, vi prego, proteggete il mio ombelico e le sue periferie, sia inviolabile il mio sonno e la sua malinconia. Tenete fuori dalle mura i miei nemici e più gli amici quando sarò stanco di loro. Ma lasciate entrare quei demoni che di tanto in tanto mi vengono a trovare, bisogna pur dar loro rifugio giacché l’inferno è già pieno di gente. A voi tributo questa terra che ho mangiato a cena e questo fa diesis che mi scava dentro. Amen.
I confini sono giusti dopo tutto, i confini sono sacri. E vanno rispettati. Essi dividono il bene dal male, il buio dalla luce, la materia dallo spirito; la tonica dalla dominante, la mia grandezza dalla tua bassezza... e che dire poi dell’eterno e del mutevole? Delle promesse e delle menzogne?
I confini sono titoli all’ordine che fanno ordine dove gli uomini confondono. Sono mamme che rifanno i letti sfatti alla mattina, sveglie che suonano proprio sul più bello. Rimanere nei canoni o superarli? Domanda retorica, forse, ma nell’era degli eccessi non è più audace restare nei limiti? Ma come negare all’uomo il piacere di trasgredire?
Ulisse oltrepassò le colonne d’Ercole e nell’orizzonte azzurro dell’Atlantico trovò la sua morte.
Anch’ io dovetti fare i conti con i confini sin da piccolo. Guardavo il pianoforte silenzioso e mi sembrava così immenso e sterminato. Mi sarei potuto perdere se solo avessi posato le mani sulla tastiera, per poi essere divorato dalle sonorità gravi dei bassi che non toccavo per religioso timore. Per non parlare poi dei tasti neri, così piccoli eppure minacciosi. Credevo che avrei preso la scossa se solo ne avessi sfiorato uno per errore. Ce l’avevo con chi aveva inventato quello strumento formidabile e terribile. Perché i neri? No, non ero razzista ma sognavo un pianoforte di soli tasti bianchi. Eppure quando giocavo agli scacchi lasciavo sempre i bianchi a mia sorella: la sua purezza certamente li meritava più di me. Ed io mi tingevo della malizia dei cattivi che facevo mia e trasformavo in mosse formidabili, quasi sempre vincenti. Imparai presto ad amare i neri, appresi il tempo della riflessione e lasciai con piacere i bianchi muovere per primi.
Ora però attendono seduti con le braccia incrociate che gli altri muoiano di fame e di sete. Gli annegati del Mediterraneo disturbano il the delle cinque. Se potessi me li caricherei sulle spalle e li porterei a destinazione uno ad uno, ma purtroppo non faccio più miracoli, e forse anche Cristo si è stancato di farli.
Non c’è frontiera più chiusa di quella aperta.
Non c’è confine senza chi l’oltrepassi.
Non c’è confine senza guerre da sopire. Ogni siepe tra due fondi si presume comune ed è mantenuta a spese comuni, salvo che vi sia termine di confine o altra prova in contrario. Chissà se Adamo trovò poi un accordo con il suo vicino...
Eccomi confine, a te venuto col mio delirio di versi.
Senti? Tra me e questo sogno di perfezione c’è qualcosa chiamato Dio. Che non sono io.
Posso solo giocare a superarti, di tanto in tanto, a saltellare al di là della rete, proprio come fanno i bambini quando giocano alla conta.
Ho ben presente il mio limite e quello della mia penna. Non so se oggi l’ho superato, oppure no. Perdonami se non ci sono riuscito.
Non è buffo? Potrò saltarti definitivamente solo quando mi mancheranno le gambe, quando io non sarò più io, quando mia madre mi richiamerà a casa perché si è fatto troppo tardi e la tavola è già stata apparecchiata. Quando non avrò più la vita per tenere in mano una penna, quando solo i vermi solleticheranno la mia Olivetti lettera 22. Allora non ci sarà più bisogno di tossire e dire trentatre ma si potrà contare all’infinito. L’universo allora sarà davvero infinito, senza buchi neri e vuoti di memoria; solo lui saprà davvero quante sono le stelle che brillano, ma lo dovrà pur appuntare sulla lista della spesa per non dimenticarselo. Il pianoforte avrà sempre tasti bianchi e tasti neri, perché anche quelli sono buoni e giusti (cosa sarebbe Chopin senza tasti neri?) ma saranno infiniti e infinita sarà la musica che i pianisti potranno suonarvi; gli scacchi smetteranno di farsi la guerra tra di loro e si uniranno per fondare un regno pacifico e armonioso, difeso da torri, cavalli e alfieri, retto da re e regine illuminati e fedeli. Nemmeno il mare riuscirà più a dividere le genti ed ognuno potrà morire dove più gli piace. Anche il giardino dell’Eden avrà sempre i cancelli aperti e tutti saranno invitati ad entrarvi (e senza pagare il biglietto), nessuno sarà più chiamato a rispondere per aver superato il confine e il confine allora non avrà più confine. Fine.

 

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