La sbavatura

di Annalisa Rizzi

 

Bip.
Bip.
Bip.

Lo detesto. Detesto profondamente questo rumore.
Non riesco a tollerarlo. Fa sembrare tutto così irreale. Come se ci trovassimo sul set di una serie televisiva, come quella con il medico zoppo sociopatico.
Ma questo non è un set cinematografico. Non c’è nessuna troupe a filmare il corpo emaciato disteso sul letto, davanti a me.
Non capisco perché si ostinino così tanto a tenerlo in vita.
Che senso ha darsi da fare per qualcuno che in realtà ha già scelto? Tra l’altro, senza dar modo a nessuno di dire la sua, limitandosi a lasciare una ridicola letterina di scuse.
Ma scuse a chi, poi? A chi non si è mai curato di capire fino in fondo?

Bip.
Bip.
Bip.

Lei è qui. Seduta accanto al letto da ore.
Non si è mai allontanata. Non fa che guardare il volto pallido deturpato dalla presenza dei tubicini. Ha il viso scavato.
Non piange.
So che non lo farà. So che non verserà una lacrima. È fatta così.
È brutto guardarla. Fa male.
Vorrei che lasciasse questa stanza. Vorrei che se ne andasse, fingendo che tutto va bene. Convincendosi che tutto va bene, com’è tanto brava a fare.

«Vattene.» le dico, furiosa. «Vai via. Tanto è questo che farai, alla fine. Come sempre.»

Lei non risponde. Abbassa il viso, portandosi le mani al volto.
Non piange.
So che non lo farà.

Bip.
Bip.
Bip.

C’è una finestra. Una di quelle che non si possono aprire.
L’azzurro del cielo è abbacinante, il verde delle aiuole sembra scintillare.
Se solo potessi aprire. Se solo potessi lasciare entrare un po’ di quell’aria fresca, un  po’ di quella brezza leggera che scompiglia le fronde. Se solo potessi sentirla sul viso.

Guardo di nuovo la ragazza distesa.
È così estranea, con quel camice anonimo. Con quelle ciglia nere dischiuse appena.
Vorrei toccarla, ma ho paura.
L’unica cosa che riesco a fare è guardarla, sentendomi inerme.
Respiro la sua immobilità come fosse la cosa più spaventosa che io abbia mai visto.
Ma dopotutto, si è trattato di una scelta: una di quelle che si fanno quando non ci sono vie d’uscita. Quando il Confine diventa così labile che non si riesce più a distinguere la luce.

Bip.
Bip.
Bip.

Guardo lei, di nuovo.
Le mani continuano a  coprire il volto, come se non volessero far vedere agli occhi la verità.
Peccato che la verità stia gridando forte, in questo silenzio sospeso.
Come ha sempre gridato nella solitudine del rifiuto, rispecchiandosi nei cocci di tutti i sogni infranti.

Non so se si sia trattato di un atto di coraggio o di vigliaccheria. Non so se dare un calcio a tutto e mandare ogni cosa all’aria sia da biasimare. “Ringrazio il dottore, rifiuto e vado avanti”. Già. Vado Oltre.
Sorrido. Ma è il sorriso più amaro che abbia mai assaporato.

Un rumore lieve distoglie la mia attenzione.
La maniglia ruota, la porta si apre.
È lui.
Viene avanti, oltrepassandomi senza degnarmi di uno sguardo. Scrollo le spalle: non è una novità.
La sua attenzione, come sempre, è solo per lei.
Le si china accanto, le accarezza le spalle.
Delicatamente, le scosta le mani dal volto.
«Dobbiamo andare.» le sussurra.
«Sarebbe ora.» sbotto.

E poi lei si volta, e solo allora lo vedo.
Vedo il solco nero di mascara sotto l’occhio.
Vedo quella lacrima che non avrei mai creduto potesse versare.
Sorprendente.
«Andiamo.» ripete lui, e la voce gli si spezza.
Li guardo abbracciarsi, in silenzio. Lei si abbandona al collo di lui, come fosse un’ancora nella tempesta.
«Non avevo capito.» la sento sussurrare.
«Neanch’io.» risponde lui.
«Già.» urlo, fuori di me. «Non vi siete mai presi la briga di capire. Di sforzarsi, perlomeno.»
Lui si scuote. «Neanche lei.» dice, disperato.
Lo osservo. Poi rido. Rido di rabbia. «Cosa c’era da capire? L‘indifferenza? Il rifiuto?»
Non rispondono.
Si tengono stretti, e basta. Come al solito. Concentrati su loro stessi, senza spazio per nient’altro.

Bip.
Bip.
Bip.

Questa farsa è durata abbastanza.
«Andatevene.» sussurro.
Lui si alza, continuando a tenere le mani di lei.
Lei si mette in piedi. Sembra una figurina di ceramica, così esile, così impeccabile. Peccato solo per quella sbavatura nera sulla guancia.
Tiene lo sguardo fisso al letto. Poi, in un soffio, sottrae le mani a quelle di lui. Si china sulla ragazza e le depone un bacio sulla fronte.
«Che fai?» grido, scandalizzata.
Ma lei mi ignora.
«Perdonami.» sussurra.

Perdonami.
È come un pugno nello stomaco.
Quell’unica parola, bisbigliata così, piove adesso nella stanza con la violenza di un temporale. Perdonami.
Porto le mani alle orecchie, stringendo forte i denti. Ma è troppo tardi. Posso ancora sentirla rimbombare dentro di me. Risuona potente e definitiva.
«Perdonami.» ripete lei, con l’anima nella voce. «Ti amo.»
«Mamma!» grido. «Mamma!»
Lei non mi sente. Non può sentirmi più.
E, finalmente, comprendo.
Vedo il Confine.
Eccolo, non più labile, anzi, vistoso in una semplice sbavatura di mascara.
In tutte le parole mai dette.
In tutto quello che poteva essere, e che non sarà mai.
Il Confine che ho oltrepassato con un biglietto di sola andata, dandomi le risposte che volevo sentire a domande che non avevo il coraggio di porre, crogiolandomi nel mio mal di vivere.

Guardo il corpo nel letto, con la nitida consapevolezza di quanto adesso sia tutto perdutamente irrevocabile. Di quanto possa contare una semplice sbavatura di mascara.
«Ti amo anch’io, mamma.» sussurro, a quelle orecchie che non possono sentirmi.

Osservo i miei genitori, per l’ultima volta.
Escono entrambi dalla stanza, sorreggendosi a vicenda.
Lentamente.

Solo allora porto lo sguardo al mio corpo, abbandonato in quel letto, e dietro ad esso la finestra, e poi il cielo, quel cielo, così azzurro da far male, e gli alberi, e le foglie, accarezzate dolcemente dalla brezza.

Bip.
Bip.
Bip.

Chiudo gli occhi.
È finita.
In silenzio vado via.

Bip.

 

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