In mezzo scorre il fiume

 di Faramondi

 

Casa mia.
Casa d’Andrej.
In mezzo scorre il fiume.
Beh, forse fiume è una parola troppo grossa: in realtà si tratta di un piccolo corso d’acqua largo un paio di metri, che nei pomeriggi d’estate ci divertivamo a saltare.
Sì, ci divertivamo, io ed Andrej.
Eravamo più che amici, quasi fratelli. Madre e padri diversi, eppure nati la stessa tiepida notte settembrina. Un duetto di vagiti verso la luna.
Inseparabili.
Giocavamo a pallone, pescavamo, correvamo su per la collina, incontro al sole, finché non sembrava che il cuore dovesse scoppiarci.
La nostra era un vita semplice, come la nostra amicizia che cresceva tra le campagne della Jugoslavia.
Quando cadde la prima bomba non ci facemmo nemmeno caso.
Poi, però, fu una pioggia incessante.
E da un giorno all’altro tutto era diverso. Andrej non poteva essere più mio amico: era un nemico, un avversario, qualcuno da odiare con tutte le forze.
E quel fiumiciattolo pigro che divideva le nostre case divenne una frontiera invalicabile, una linea di invisibile filo spinato.
Basta partite a pallone, basta pescare, basta correre su per la collina: lungo il fiume non c’erano più canne da pesca, ma imponenti carri-armati, e cannoni puntati verso il nulla.
Così, di punto in bianco, era finito il tempo del divertimento e dell'infanzia: in uno schiocco di dita la mia vita da bambino era finita e nessuno si era preso la briga di avvertirmi, di mettermi in guardia contro quel nebuloso futuro che ora era diventato il mio presente.
E se provavo a chiedere spiegazioni a mia madre, lei mi guardava con aria di paura e di rimprovero, poi sollevava un dito, minacciosa.
“Non devi vedere Andrej” mi intimava “Lui è uno di loro, hanno distrutto i nostri orti, ucciso le nostre bestie, violentato le nostre donne e costretto i nostri uomini a partire e a lottare!”
Io scuotevo la testa, con le lacrime negli occhi e il respiro stretto in gola, e correvo a chiudermi in camera mia.
Non capivo... che significava essere uno di loro?
Andrej era il fratello che non avevo mai avuto e questo mi bastava, tutto il resto per me non aveva senso.
Avevano distrutto i nostri orti, ma io la terra non l’avevo mai lavorata; avevano ucciso le nostre bestie, ma per me non erano che puntini ruminanti in cima alla collina; avevano violentato le nostre donne, ma io non sapevo nemmeno cosa significasse la parola violentare; e quanto agli uomini lontani... mio padre era lontano e non lo vedevo da tanto tempo, ma non riuscivo a vedere nemmeno Andrej, e non capivo dove fosse la differenza.
Mi chiedevano di odiare, ma io volevo solo tornare a giocare a pallone e a correre sulla collina con il mio migliore amico.
Ogni tanto, chiuso nella mia stanzetta, le finestre ben sprangate da assi robuste e dalla paura di mia madre, lasciavo che la mia mente volasse altrove, lontano dalla fame, dalla morte, dalla follia… ed ecco, mi ritrovavo in un posto meraviglioso, un posto dove crescevano campi di grano, dove l’acqua scorreva limpida e migliaia di semi di cotone danzavano nell’aria.
Dove Andrej palleggiava come un campione, dichiarando che un giorno avrebbe giocato nel Barcellona, mentre io, ai piedi di un albero di acacia aspettavo il mio turno per dimostrare le mie capacità, un posto dove insieme potevamo tuffare i piedi nel torrente e sognare futuri felici.
Un posto che in realtà si è sempre trovato a pochi metri da casa nostra, ma in un tempo così lontano che a volte mi chiedo se sia mai esistito.

Una settimana fa è caduta l’ultima bomba, ma la guerra non è finita: si è solo spostata, qui non c’è più nulla da distruggere.
Un terreno desolato, macerie di case, carcasse di auto e carri, puzzo di fumo, di morte.
Un mondo spezzato.

Non c’è più casa mia.
Non c’è più casa di Andrej.

In mezzo scorre il fiume.
Testimone silente della fine delle nostre vite.

 

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