UNA VITA AL CONFINE

di Roberto Serafini


“Sono sveglio, o almeno credo di esserlo, anche se intorno a me è tutto buio e non riesco a muovermi. Sì! I miei occhi sono aperti. Leggo l’ora della sveglia elettronica che proietta i numeri sulla parete di fronte: sono le otto del mattino.
Se non fosse per questo piccolo particolare, giurerei di essere morto e di stare dentro una bara chiusa, con le mani e i piedi legati, però respiro e vedo i numeri luminosi sulla parete.
Forse qualcuno, ieri sera, ha chiuso le persiane e per questo la luce del giorno non filtra dalla finestra.
Ma perché non sento nessun rumore? Eppure a quest’ora dovrebbe arrivare Maria… ho sete e devo fare pipì, speriamo che arrivi presto, cercherò di resistere.
Le nove.
Oggi fa un caldo incredibile, comincio a sudare, se almeno non mi avessero coperto come una mummia, adesso non sentirei tutto questo caldo; sto sudando e sento le lenzuola appiccicate alla schiena.
Ma… Oh no! Credo di essermela fatta addosso.
Mio Dio… perché… perché a me?
Ecco, sento aprire la porta, finalmente arriva qualcuno”.
«Antonio! Ciao, sono Maria, ho avuto un contrattempo e non sono potuta venire prima, scusami tanto. Santo cielo! Ma che hai fatto? Apriamo la finestra e facciamo entrare un po’ d’aria. Ora ti pulisco, sta’ tranquillo.»
“Con un filo di voce riesco a malapena a dire buongiorno e ringraziare. Maria è l’operatrice socio-sanitario che viene da me ormai da un anno: una donna di circa quarantacinque anni, muscolosa e con un collo taurino.
Mi scopre e sfila da sotto il mio sedere l’incerata bagnata, poi prende una bacinella d’acqua e mi lava con una spugna meglio che può, mentre mi racconta i motivi del suo ritardo. Io giro la testa da un lato senza ascoltare, ho solo voglia di piangere. Una lacrima si stacca dalle mie ciglia, adagiandosi sul cuscino; questo mi fa pensare alla legge di gravità a cui ogni corpo è sottoposto, anche il mio, qui inchiodato su questo letto. Fossi almeno privo di coscienza… invece no! Dopo il risveglio dal coma, la mia mente è tornata lucida e i miei pensieri si rincorrono senza sosta.
Vivo un’esistenza ai margini della società, combattuto tra la voglia di sentirmi ancora un uomo, con dei sentimenti, delle emozioni e con qualcosa ancora da dire e l’istinto naturale di sopravvivere semplicemente; in bilico nel sottile confine tra queste due realtà.
E in questo confine, fatto di filo spinato, in cui mi lacero ogni giorno, io vivo.
Sono un tetraplegico, con un corpo che non riconosco più come il mio, un involucro inutile, un’anticamera della morte. Sicuramente la mia anima lo è già. Morta, intendo”.
«Ho sete! Maria, per favore… un po’ d’acqua.»
“Mi prende da bere e con una cannuccia riesco a mandare giù quel poco di liquido che serve per non disidratarmi, poi mi prepara la colazione: tè con qualche biscottino sbriciolato all’interno. Mi aziona il letto elettrico e mi tira un po’ su, in modo da permettermi di mangiare e mi imbocca come fossi un bambino, mettendomi un bavaglino sotto il mento per non farmi sbrodolare.
Le dieci.
Dovrebbe arrivare il terapista. Sì! Sento suonare. Sempre puntuale Luigi; una brava persona, di poche parole però, che fa il suo lavoro con scrupolo, ma non dà tanta confidenza; forse per non affezionarsi alle persone, infatti rimane sempre un po’ distaccato, ma a me va bene così. Chi ha voglia di parlare o ascoltare le chiacchiere altrui? Preferisco, invece, ascoltare la musica classica e Luigi lo sa.
Prima di cominciare la fisioterapia mi mette le cuffiette e aziona l’iPod, che tengo sul comodino, dove ci sono le mie musiche preferite.
Adoro Beethoven.
Beethoven era sordo, chissà che dramma per lui non poter ascoltare i suoi stessi capolavori; però almeno il pianoforte poteva suonarlo. Io non posso più. Chissà se è meglio suonare o ascoltare? Forse è meglio ascoltare, che poi non è che suonassi un gran che bene.
Rimpiango soprattutto di non poter più accarezzare il volto di mio figlio o i capelli della mia compagna, ora ex compagna; mi ha lasciato dopo sei mesi dall’incidente: diceva che non sopportava di vedermi in queste condizioni. Adesso sta con un altro e mio figlio lo porta da me il sabato o la domenica, non sempre però, diciamo quando non vanno a fare le gite o lei non ha impegni di lavoro. Ma in fondo è meglio che mio figlio non mi veda così; meglio che cresca con un padre vero, che può portarlo alle giostre, che può giocarci a palla, che può rincorrerlo sulla spiaggia, prenderlo in braccio e farlo volare in alto.
Tra tutti questi pensieri è passata l’ora di terapia. Luigi deve andare da un altro cliente. Gli chiedo di mettermi in carrozzina, almeno posso andare alla finestra e vedere il mondo là fuori: la gente che cammina, che ride, che litiga, che si affanna.
Sono le dodici.
Maria mi ha preparato il pranzo: minestra di verdure passate. Tra poco mi aiuterà a mangiare e poi andrà via.
Dopo pranzo verrà mio fratello a farmi compagnia; magari, per non disturbarlo troppo, gli dirò che ho sonno e gli chiederò di rimettermi a letto, farò finta di dormire e aspetterò che venga sera. Poi dormirò davvero, nell’attesa che arrivi il mattino.
Domani mi sveglierò e mi ricorderò di questa giornata come fosse stata solo un brutto sogno; mi alzerò con le mie gambe, mi infilerò una tuta e andrò a fare footing al parco; tornerò a casa e mi farò una mega doccia, poi mi siederò al pianoforte e suonerò un paio d’ore, per la gioia dei miei vicini, che faranno finta di apprezzare come suono.
Io lo so che non suono un gran che bene, però a me piace e non posso farne a meno.
Sorrido a questi pensieri mentre chiudo gli occhi e mi addormento.
Sì! Domani sarà così! Non vedo l’ora di svegliarmi domani.
Oggi è stato solo un brutto sogno... oppure no?

 

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