Dissolvenza in Rosso

di Gianluca Ingaramo


Si sono impadroniti della città, nessuno è riuscito a contrastarli: pur battendosi con coraggio, gli abitanti poco hanno potuto contro l’avanzata. Quale unica sopravvissuta, hai trovato rifugio in un magazzino abbandonato, però sei dovuta uscire allo scoperto, hai camminato in mezzo a loro per procurarti del cibo. Restano appoggiati ai muri, l’immobilità a conferirne la parvenza della morte, mentre ti muovi circospetta, il cuore a mille nel passare in mezzo al groviglio di cadaveri. Sai che gli altri sono stati traditi da troppa sicurezza. Credi di essere salva, quando una mano ti afferra la caviglia. Cadi al suolo, scalci per liberarti dalla presa, ma con i tuoi lamenti provochi un risveglio: persecutori implacabili fiutano l’odore di una preda, reclamano carne fresca.
Lo zombie ti ha ghermita, spalanca la bocca famelica per addentare un boccone di cibo succulento, quando si sente uno sparo. Dalle fauci spalancate sprizza un getto di sangue che ti imbratta il viso, quell’essere ti crolla addosso. Ha inizio una cruenta sparatoria, una falce di piombo miete le mostruosità intorno a te. Per evitare di essere colpita da un proiettile vagante, sei costretta a trovare riparo sotto il putrido mostro che ha appena tentato di divorarti.

«Taglia!», ordino. «E tu smetti di fare l’isterica, sei insopportabile!».
Gli zombie massacrati si rialzano, i soldati cessano l’assalto con gli innocui proiettili di gomma, ma l’attricetta che mi hanno assegnato continua ancora ad urlare. Un mostro si avvicina per pulirle il viso dal sangue artificiale, lei gli allontana la mano con orrore. Sembra quasi che le riprese stiano continuando dietro sua unilaterale decisione: se da una parte quella stupidità mi infastidisce, dall’altra il terrore autentico è stato di assoluto beneficio per girare la scena.
«La mia pazienza ha un limite», avviso. «Per oggi basta così, ma domani ti voglio al meglio!».
Poco mi interessano i suoi incubi, tranne quando possano in qualche modo tornare utili alla qualità delle riprese. Voglio terminare in fretta la lavorazione del film e voglio un finale con il massimo del realismo. Torno in albergo senza neppure salutare, con il pensiero già rivolto a un’idea capace di rendere quell’ultima scena davvero memorabile.

I militari riescono a salvarti, ti rivolgono domande sull’accaduto, apprendono del risveglio dei morti, che si sono rialzati dalle tombe e hanno fatto un ingresso trionfale in città, con fame insaziabile e andatura ciondolante: alcuni poveri disgraziati, forse credendo per un folle istante di ricongiungersi con una persona cara morta da qualche tempo, sono andati loro incontro. Quelle sono state le prime vittime, tu puoi testimoniare sulla morte agghiacciante a loro riservata. Gli altri, hanno tentato di organizzarsi per respingere i morti viventi.
«Alcuni avevano dei fucili», spieghi concitata. «Altri si sono armati di bastoni e di coltelli. Hanno costruito una rudimentale barricata con sacchi di sabbia, quegli stessi che utilizziamo durante le inondazioni, con mobili presi dalle abitazioni e automobili parcheggiate di traverso. Era impossibile fermarli, ho provato ad avvertirli. Ripetevo che l’unica soluzione era andarsene, ma loro non volevano darmi ascolto. Quando gli zombie sono stati a tiro, li hanno fronteggiati e sono stati uccisi, dal primo all’ultimo. Io mi sono nascosta per evitare la stessa sorte».
I militari vogliono annientare gli zombie, tu cerchi di dissuaderli, coprendoti le nudità con la veste stracciata. «Avete vinto solo il primo scontro, non fatevi illusioni. Nella periferia della città si trova un cimitero, dove gli zombie sono ancora più forti e numerosi. Possiamo solo fuggire lontano, abbandonarli al loro destino, lasciarli morire di fame». Le tue parole sono come buttate al vento, ti chiedono di scegliere tra due alternative: proseguire l’avanzata con loro, oppure continuare per la tua strada. Impossibile cavartela altrimenti, dovete mettervi in marcia insieme.
Quando i due schieramenti si scontrano, la potenza di fuoco dei militari è destinata a soccombere di fronte alla carica devastante di una moltitudine di zombie, contro uno tsunami di carne morta dall’avanzata inarrestabile e dall’espressione catatonica. Tu comprendi la gravità della situazione, tenti di fuggire, sei intrappolata dagli zombie che riescono ad accerchiarti.

Dopo aver inquadrato in campo lungo il massacro generale, gli operatori puntano le cineprese sulla scena della ragazza catturata e massacrata dagli zombie. Arriva il primo piano stretto sui mostri trionfanti che sbranano la protagonista, la dissolvenza rosso sangue sulla vittima.
«Talvolta, la vita imita l’arte», mi dico trionfante. «L’ultima scena è di un realismo esemplare, ha valicato il sottile confine tra realtà e finzione: il film entrerà nella storia del cinema!».
Le riprese sono terminate, ma gli zombie continuano a banchettare indisturbati con il cadavere smembrato della protagonista. Questa volta, nessuno strepito inutile da parte dell’attricetta: è stata magnifica, semplicemente perfetta. Né poteva essere altrimenti perché, all’insaputa di tutti, per l’ultima scena ho bandito trucco, controfigure e sangue artificiale.

Per fortuna, anche durante la fase di montaggio, a dispetto di un budget risicato, la memorabile dissolvenza in rosso si è confermata uno dei finali più spettacolari mai realizzati per un film horror. Sarebbe stata complicata da ripetere, ma tutto è andato come da copione: nessuno ha capito cosa sia successo, nessuno ha indagato oltre, eppure la verità era sotto gli occhi di tutti.
A fronte di certi passaggi a dir poco discutibili, il punto di forza del lungometraggio è da ricercare nel superamento dell’ultimo confine, l’abbandono della finzione scenica per la rappresentazione di una morte in tutta la sua reale crudezza. Ora sono un regista apprezzato, con due grossi problemi: l’impossibilità di scritturare per un nuovo film la stessa talentuosa protagonista e la difficoltà di placare l’appetito delle fameliche comparse.

 

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