La vita oltre

di Massimo Granchi


Junayd ha il destino segnato nel nome.
«Sarà un giovane lottatore» aveva proclamato suo nonno Abir quando lo aveva sentito piangere il giorno della nascita.
Il ragazzo penetra l’orizzonte e medita su questo, sulla distanza che lo separa dal limite del suo sguardo; sovrasta i palazzi decaduti del lungo mare di Tripoli e aspetta seduto sulla sabbia distesa tra la boscaglia di palme e il pontile; domani partirà da Gargaresh.

Junayd ha visto la guerra e ha vissuto in povertà. Il dittatore è morto ma la disperazione del suo popolo non è finita. Ha imparato a gestire la fame e la sete.
«Quando sarai in mare aperto ti servirà; se resisti potrai sperare di raggiungere l’Europa» gli aveva detto Abir, vecchio tuareg che riconosce i cambiamenti climatici con l’olfatto e traccia sulla terra, con l’indice, le linee del destino. Gli ha predetto il viaggio che avrebbe compiuto e il confine che avrebbe valicato. Suo padre e sua madre sono morti. Abir e sua moglie si sono presi cura del ragazzo e di sua sorella, e adesso che lui ha tredici anni sono pronti a lasciarlo andare.

Junayd ha lavorato sei anni in piedi, dieci ore al giorno, per sessanta dinari l’ora, in una stanza poco illuminata di un calzificio. Ha smesso di andare a scuola a sette anni quando la sua famiglia ha dovuto abbandonare Al Jawf, dove è nato, per dirigersi a Surt. Ha piegato scatole insieme alla sorellina che rimarrà con i nonni almeno fino a quando non avrà quindici anni, e Abir venderà le sue capre per permetterle di partire o sposarsi, poi morirà.
L’ha sempre detto: «morirò quando sarete pronti» e intendeva dire pronti ad andare, per questo Junayd teme le partenze.

Il giorno dell’imbarco, Junayd cammina solo, di notte, fino al confine della città e poi lungo la costa, dove raggiuge il punto di raccolta. Ha i piedi in fiamme a causa delle piaghe. I trafficanti ammassano il suo gruppo di duecentocinquanta persone e poi lo incanalano, senza dire una parola, tra tende luride e fossati bui dove gli individui più stanchi riposano coperti di cartone. I suoi compagni di viaggio arrivano dall’Egitto, dalla Siria e dal Libano come una mandria docile che fluisce dai monti. Hanno pagato tremilaseicento dinari ciascuno per fuggire. I loro corpi sono asciutti, segnati dalla vita come carte geografiche, i loro volti sono solidi e fieri, non lasciano trasparire le emozioni.

Junayd sente odore di sudore e grasso. Un'anziana cuoce il pane pita adagiandolo sulla superficie rovente di una cupola di ferro sotto la quale arde un fuoco di sterpi, poi lo distribuisce a pezzi; sorride senza denti. Il buon odore si unisce a quello di grasso e inebetisce l’ansia di Junayd. Non vuole cedere alla paura allora fissa il cielo colmo di stelle e il mare nero davanti a sé per trovare conforto. Nessuno grida, nessuno impreca alla malasorte. Qualcuno prega in silenzio stringendo le palpebre chiuse. I bambini più piccoli giocano con sassi e legni. I loro genitori sembrano statue di sale imperscrutabili, poi la fiumana di gente si muove dietro le urla dei trafficanti, si riversa dentro il gommone barcollante sull’acqua, e cinge Junayd senza lasciarlo più.

Il secondo giorno di navigazione non chiude occhio. La notte prima ha sognato il suono del laud, del mizmar e delle percussioni del req. Durante il giorno canticchia un ritornello come un mantra per infondersi coraggio. Il vento soffia sul mare e rimbalza sui profughi con la violenza di una frusta. È novembre ed è freddo. Junayd non mangia da quando è partito perché ha la nausea e le provviste sono fradice. Non ci sono bagni a bordo e ognuno defeca e urina dove può. Lui se l’è fatta addosso due volte.

Da quando la navigazione è diventata difficile, le onde sono alte quasi due metri, e non c’è traccia di terra ferma, i profughi sembrano rassegnati. Gli scafisti non li guardano nemmeno; fumano a petto nudo sotto la pioggia indocile pensando ai fatti loro. Junayd è circondato da liquame e occhi impietriti dall’ignoto. È schiacciato da tre compagni di viaggio più anziani, a loro volta pressati contro il bordo di gomma. Uno di loro è malato e respira a fatica contro la sua scapola. Il motore a benzina abbaia e sputa gas di scarico. L’acqua penetra attraverso gli abiti logori e impregna carne e ossa.

Il terzo giorno la vecchia donna che cucinava il pane sulla spiaggia è morta ed è stata buttata a mare dagli scafisti che da qualche ora sono irrequieti. Fissano l’orizzonte e annusano l’aria come sciacalli. Junayd ha finalmente intravisto la costa e un pugno allo stomaco lo ha raggiunto levandogli il fiato. Ha ripensato agli occhi rattrappiti di suo nonno, alle sue premonizioni e gli ha dedicato una preghiera. Ha sete e fame ma è fiducioso. Una scialuppa avanza velocemente verso di loro e gli scafisti hanno cominciato a muoversi tra la folla che reagisce con terrore. I bambini urlano e piangono. Il vicino malato di Junayd scivola in acqua in silenzio e sparisce tra i flutti. Junayd vede i trafficanti lanciare di peso le donne tra le onde che ancora stringono i loro piccoli e poi gli anziani. Pensa che sia giunta la sua fine: morirà in mare come è successo a suo padre. Lo minacciano con le pistole e gli intimano di gettarsi in acqua e lui, semplicemente, lo fa.

Il quinto giorno Junayd ricorda una mano tesa a raccoglierlo dall’abisso, una luce forte e un calore che non aveva mai provato. Una voce gli parla in una lingua straniera mentre riprende i sensi e si accorge di avere gambe e braccia fasciate. È adagiato su un letto ed è coperto da lenzuola pulite. Guarda oltre il viso di un uomo vestito di bianco e dallo sguardo intenso, una finestra aperta su alberi di limoni nel cortile di un villaggio che non conosce, una bandiera tricolore che sventola al sole e, oltre, una distesa di mare senza confine.
«Lui è un giovane lottatore e sopravvivrà» sente dire nella sua lingua da un interprete. Allora Junayd chiude gli occhi, appoggia il capo sul cuscino e finalmente si riposa. Sente che il suo destino si è compiuto. 

 

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