Tango

di Cateno Marco Camalleri

 

Dicevano che arrivava presto, con la giacca color sabbia ed un lobbia in mano. Entrava che le sedie di legno eran tutte gambe all’aria sui tavoli, mentre le ragazze lustravano il pavimento a scacchi. Allora ne prendeva una, la girava e si sedeva con il cappello in mano. Una volta una delle ragazze chiese se aspettasse qualcuno. Lui la guardò e sussurrò, «Veronica», poi si voltò verso il centro della pista e continuò il silenzio.
Il tango è danza di confine, nata sul Rio de la Plata, acqua di fiume che si crede mare tra uruguagi e argentini. E il tango mio padre lo ballava sul confine tra le miradas delle donne e il cabezear dei maschi, sul bordo esterno della pista, dove la ronda muoveva i piedi e le gambe delle donne sui tacchi. Stava sulla sedia di legno con la spalliera curva, il lobbia in mano e guardava la musica stirare i tendini dei tangueri.
Miguelita lo conosceva da sempre e non chiedeva il biglietto quando varcava l’ingresso della sua milonga a San Telmo. Lui la salutava con un cenno e saliva lentamente le scale, sino al primo piano.
Veronica, mia madre, l’aveva incontrata da Miguelita una sera. Com’è che dal Barrio Palermo fosse finita in quel posto rimase un mistero, ma dopo dieci minuti erano già avvolti nell’abrazo. E questo fu un errore, perché il tango è nato per il confine, per chi, terminata la danza, saluta con cortesia sul punto esatto dove ci si era incontrati e va via. Il milonguero lo sa che finché starà dentro i suoi fragili vestiti, nelle calzature brillanti di vernice, finché rispetterà quel confine marcato da quel simulato intersecarsi di corpi, la sua vita sarà salva. E soprattutto sta ben attento a non parlare; lui è là solo per la musica, deve guidare la donna durante la tanda e quando suona la cortina lasciarla al confine esatto tra chi balla e chi è seduto a planchar.
Invece Veronica parlò e mio padre rispose e le loro voci coprirono la musica. Ignorarono tutte le cortinas quella sera, continuando a danzare anche dopo lo spegnarsi della poca luce in pista. Alla fine si ritrovarono al secondo piano di quella bettola, senza più alcun confine tra i loro corpi, senza più parole, nella camera che Miguelita affittava agli amici fedeli e alle ragazze poco loquaci, che per pochi pesos spiegavano l’amore agli italiani d’Argentina. Veronica danzava alla luce d’olio della lampada, mentre mio padre osservava la musica vibrarle sui seni mossi dal respiro ritmico della vita che con i passi dell’amore entrava in lei. Questo fu il loro grande errore, perché una cosa è l’amore che conoscete e un’altra è quello di due tangueri. Da quel momento loro non erano più due vite separate, ma due note legate nella stessa strofa, dovevano stare uno fronte l’altro concentrati nel non pestarsi i piedi. Loro non avevano più una vita unica, erano divenuti movimenti dello stesso passo: senza Veronica non c’era tango senza mio padre nessuna guida.
E poi l’Argentina vinse il mondiale, Passarella alzò la coppa ed io odiavo tutti nel mio secondo giorno italiano. Avevo tredici anni e il cuore gonfio di rabbia verso mia madre che era fuggita con uno della milonga. Almeno questo ci disse quell’uomo in divisa, lo stesso che un anno prima era venuto a prendersi mio fratello una sera. Mio padre mi diceva di non credere agli uomini dell’Escuela de Mecánica, ma in classe ci insegnavano che la divisa non poteva mentire.
Per mesi lo accompagnai al porto. Io e lui in silenzio guardavamo gli aerei lontani con il naso in su. Un passatempo strano per i miei tredici anni terminati su quell’aereo diretto in Italia con lo zio Alfredo. Mio padre non volle venire via. Doveva aspettare Veronica o almeno questo disse allo zio prima di lasciarmi all’imbarco.
Poi un giorno in perfetta sincronia quella telefonata, il magistrato, la lettera. Il corpo riesumato della donna ignota trovata anni prima sulla spiaggia de La Plata. Il completo sabbia ripiegato con cura accanto al pilone del ponte de la Mujer. Il viaggio verso Buenos Aires.
Per questo ero lì quel giorno, con il mio zaino verde seduto su una delle vecchie sedie di quella scalcinata milonga di San Telmo. Le ragazze lustravano il vecchio pavimento, preparavano per la sera. Ero lì perché dicevano che mio padre stava tutto il tempo seduto in quel posto, aspettando mia madre.  
Dopo un po’ le ragazze sparirono e la luce iniziò a calare. Un fruscio all’ingresso attirò la mia attenzione. Mio padre con un abito rigato bellissimo entrò, avendo cura di non emettere suono. Prese una delle sedie e si dispose accanto a me. L’odore della brillantina sui capelli mi dava fastidio. Mi voltai a guardarlo: aveva un viso disteso.
«Ciao, Manuel! Sei arrivato!»
«Papà! Ti aspettavo.»
«Anche io! Avevo ragione, sai?», disse girandosi verso me, «Veronica non era scappata con nessuno.»
«Papà, mi spiace io…»
Prese le mie mani, come faceva quando da piccolo voleva spiegarmi qualcosa, ma non fu necessario. Al centro della pista, mia madre era ferma nella penombra con un vestito verde di pizzo. Poi una musica antica iniziò a prendersi l’aria; mio padre guidava e Veronica morbida si lasciava trasportare sul confine preciso tra la vita e la morte, tra loro che danzavano e noi seduti a planchar. Perché il tango è danza di confine, in bilico tra quello che sei e l’illusione della vita che il bandoneón inventa per i piedi instancabili del tanguero.
Accanto, Miguelita nel suo vestito appariscente li guardava insieme a me, sorridendo.
«Non ha retto tuo padre. Sperava davvero che quella fosse tua madre, buttata giù da un volo de la muerte. E l’aveva pure vista quella mattina fuggire con quel tipo alto. Era solo un tanguero fragile tuo padre, convinto che suonata la cortina, una sera, sarebbe tornata a ballare con lui.»
«E aveva ragione, Miguelita.»
«Sì, ha avuto sempre ragione lui, Manuel!»
Prima la musica e poi la luce si spensero. I due si dissolsero, nell’atmosfera rarefatta della camera al secondo piano della milonga di Miguelita. E poi imparai a ballare il tango, per mio padre e per lei.

 

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