Al confine con la realtà

di Antonio Borghesi


Elena, durante tutto il tragitto fino a Los Angeles, aveva ascoltato, senza dire una parola, il racconto di suo marito Peter. Non che non avesse nulla da replicare, ma stava riflettendo. Lui era scomparso da quasi quattro anni, abbandonandola con le due gemelle Deborah e Denise, quasi forzandola a prostituirsi nel bordello di Madame Lona per poter mantenere le ragazzine e se stessa ad un livello di vita che il suo stipendio di agente della buoncostume non le avrebbe permesso. Solo ora lui si rifaceva vivo con quella storia di rapimento da parte di extraterrestri che, dopo avergli innestato nel cervello delle schegge ricetrasmittenti dei pensieri, l’avevano poi rilasciato. I militari si erano impadroniti di lui ed era diventato una loro cavia. L’avevano internato, per tutto quel tempo, nella segretissima Area 51, fino a quando aveva perso quella sua incredibile facoltà e allora l’avevano rilasciato, aprendogli un pingue conto bancario risarcitorio.
Elena non sarebbe entrata in polizia se non fosse stata una persona pragmatica. La sua mente analitica le aveva sempre permesso di distinguere facilmente il confine tra la realtà e l’immaginario, tra la menzogna e la verità. Nel racconto di Peter c’era qualcosa che la disturbava. Lei non credeva negli extraterrestri che avrebbero dovuto viaggiare per milioni di anni e alla velocità della luce, altra assurdità, per raggiungere proprio la Terra, minuscolo granellino di una galassia che si stava allontanando dalle altre galassie a velocità pazzesca nello spazio quasi infinito. E quando mai qualcuno avrebbe potuto raggiungerci! Ma non era questo sconfinamento dalla realtà ad insinuarle il dubbio e nemmeno quello delle schegge nel cervello che, per qualcuno che credeva veramente negli E.T., potevano diventare anche plausibili. Ma lei non credeva né negli esseri verdi né nei complotti. Figuriamoci! L’aggiunta dell’Area 51 poi era un classico. Tutti sapevano della grande riservatezza che circondava la Nellis Air Force Base a causa dei suoi segreti esperimenti con nuovi velivoli. Per Peter era stato facile associarla alla sua storia, sapendo che nessuno avrebbe mai potuto contestarlo. Certo che l’aveva preparato proprio bene il suo bel racconto, ma lei non aveva abboccato.
Peter, proprio quella sera prima di sparire mentre andava a lavorare, le aveva comunicato che da quel momento tutti i loro problemi finanziari sarebbero stati risolti. Poi, nulla per quattro anni e adesso le aveva detto d’avere un cospicuo conto in banca riempito dai militari solo al suo rilascio. Come faceva a saperlo quattro anni prima che sarebbe stato ricco solo ora? La sua bella storia era una chiara menzogna. La verità, probabilmente non raccontabile, doveva essere un’altra. Forse c’era di mezzo un crimine? Forse c’era un cadavere da qualche parte? Forse Peter aveva valicato un altro confine? Quello tra la vita normale e quella criminale. D'altronde il suo lavoro da croupier a Las Vegas gli avrebbe facilmente permesso d’incontrare dei mafiosi. Chissà quali accordi aveva stipulato con quei delinquenti? Magari un sistema per frodare ai tavoli da gioco o addirittura una rapina al casinò. No, quest’ultima possibilità era da escludere. Lei o il suo papà, eroico poliziotto in pensione, l’avrebbero saputo subito. Mentre la frode spesso veniva tacitata dai casinò stessi per non perdere di credibilità. Ecco doveva essere proprio così. Coi suoi compari avevano portato via qualche milione di dollari al casinò. Sì, ma come? Non certo al tavolo del blackjack di Peter. Certo qualche sistema l’avevano pur dovuto trovare. E in contanti. Magari avevano sostituito i dollari veri del caveau con dollari falsi, poi Peter si era dileguato prima che scoprissero la combine e si era nascosto per quei lunghi anni al di là del confine, nella Baja California messicana e, poco alla volta, aveva trasferito il suo malloppo alla banca dove era depositato ora. Però se fosse stato così, ancora adesso rischiava parecchio ritornando a casa. I casinò non dimenticano e non perdonano. Forse c’era di mezzo una donna molto ricca, cliente del casinò, invaghita di Peter, con a disposizione una grossa somma da giocare che lui voleva portarle via. Probabilmente, quella sera era andato da lei per derubarla, ma qualcosa era successo e per non perdere la possibilità di prenderle il denaro, era partito con lei fino a quando era riuscito nel suo intento senza sollevare sospetti. Poi l’aveva uccisa e nascosto il cadavere. O forse l’aveva sposata? E per quattro anni era rimasto con lei, fino alla sua morte naturale (Uhm?) ereditandone la fortuna. Ciò comportava comunque il delitto di bigamia a carico di Peter e se lo scoprivano l’avrebbero portato in carcere e avrebbe perso i soldi. Comunque più leggero di un ergastolo o di una barbara uccisione da parte dei mandanti del casinò.
Malgrado lui l’avesse tradita con un altra per ben quattro anni, lei preferiva quest’ultima soluzione alle altre due ipotesi. Ma come poteva fare per fargli confessare la verità? Forse confessandogli la sua doppia vita? Anche lei doveva farsi perdonare. Che poi, anche qui, nel suo prostituirsi, c’era un sottile confine che se attraversato avrebbe portato a pensare ad un tradimento sessuale, mentre invece era una semplice forma per arricchirsi. Ecco! Proprio come aveva fatto lui. Sarebbero stati pari e avrebbero potuto continuare con la loro vita insieme, cercando solo di dimenticare. D’altronde si amavano ancora.
«Amore siamo davanti alla nostra vecchia casa» la fece sobbalzare Peter distogliendola dai suoi pensieri. Avrebbe voluto portarlo a casa dei suoi genitori dove stavano anche le due gemelle, ma senza rendersene conto l’aveva condotto alla sua. Stava per girare l’auto e ripartire quando Peter aggiunse: «Come mai, assieme alle bambine, ci sono anche tuo padre e tua madre qui da noi?»
Elena lo guardò dritto negli occhi per la prima volta durante tutto quel viaggio.
C’era una brillantezza a lei sconosciuta.

 

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