Insieme affronteremo qualunque destino

di Enrico Arlandini


Lo scampanellio con il quale la servitù annuncia che la cena è pronta mi fa sobbalzare: immerso nel silenzio e assediato dalla noia, ero scivolato in un limbo popolato di strani sogni. Quanta differenza rispetto alla vetrina davanti alla quale passeggiavano moltissime persone alla  ricerca di un souvenir.
Una volta entrate avevano il vizio di toccare gli oggetti esposti, rischiando di danneggiarli per  la poca delicatezza  usata. Non che il loro concetto di eleganza fosse migliore, a giudicare dal ridotto abbigliamento che indossavano sopra i corpi abbronzati. Io e la mia compagna ci guardavamo con la coda dell’occhio, scambiando impercettibili espressioni di puro disgusto.
Diverse volte i turisti strofinavano le dita lungo i nostri abiti di seta e finivano per accarezzarle i capelli, gesto che non mancava di farmi infuriare. Quando si presentavano alla cassa chiedendo di acquistarci singolarmente, ottenevano  sempre la  stessa risposta.
- Spiacente, li vendiamo soltanto in coppia.
Per giustificare l’elevato importo, il proprietario magnificava la perfezione delle forme e la qualità del materiale adoperato per costruirci. L’enfasi delle spiegazioni  non faceva presa sui potenziali clienti, che ci rimettevano sullo scaffale con  un gesto  di stizza.
Fino al  momento in cui una donna dal viso affilato e severo non diede importanza alla cifra e concluse l’affare. Passammo presto nelle grinfie del suo maggiordomo che ci spinse sul sedile posteriore di un’enorme automobile. Avrei voluto rassicurare la mia amata che tutto sarebbe andato bene, nonostante ne fossi poco convinto. Essendo rivolta a faccia in giù riuscivo a scorgere solo l’abito elegante che lasciava scoperte le spalle  di porcellana. Mi parve di sentirla singhiozzare, ma poteva trattarsi di una suggestione, almeno così speravo.
Il viaggio fu molto più lungo di quanto immaginassi: all’ingresso di un parco costellato di siepi e fontane compresi di essere arrivato a destinazione. Non rimasi impressionato dal lusso circostante: ho sempre detestato chi ostenta il proprio status sociale tramite futili esibizioni di sfarzo.
La stanza è quasi sempre al buio, tranne nei momenti in cui i padroni di casa siedono a guardare una televisione talmente grande da poter contenere l’intero globo. Parlano sempre a bassa voce e giurerei di non averli mai sentiti ridere.
Lei è dalla parte opposta della mensola: qui sono tutti talmente puntigliosi che avranno calcolato l’esatta distanza dal centro, prima di posizionarci. I tratti del suo viso denotano una profonda tristezza, della quale soltanto io sono in grado di accorgermi.
Eravamo abituati ad ascoltare musica dagli altoparlanti di una vecchia radio e i clienti rumorosi del negozio apparivano molto più veri dei pallidi aristocratici che abitano queste mura. Le uniche eccezioni al silenzio consistono nelle urla spacca timpani dei nipotini della coppia, viziati a dismisura e perciò incapaci di giocare con la fantasia.
Il pennello con il quale le domestiche ci fanno il solletico ogni giorno è una tortura snervante; per di più svolgono il proprio compito di mala voglia e non lesinano critiche ai datori di lavoro, che vengono definiti  taccagni e insopportabili. La mia lei sopporta pazientemente la pettinatura della chioma, effettuata in maniera frettolosa e fin troppo energica. Gli ospiti si soffermano davanti alla nostra mensola e ci scrutano a lungo, sentenziando che hanno incontrato pezzi più pregiati nella loro vasta esperienza di collezionismo.
Un pomeriggio vengo svegliato dagli strepiti di uno dei piccoli selvaggi, che non si accontenta dello sfarzoso cavallo a dondolo ricevuto in regalo dal nonno. Lo ha già abbandonato in un angolo, strillando che lui vuole un animale vero. Insieme alla sorellina pretende di ispezionare le stanze, alla ricerca di qualcosa per cui valga  la pena trascorrere del tempo in un ambiente tanto noioso. Li sento pestare i piedi lungo le scale, saltare sui letti al piano di sopra e aprire tutte le finestre per poi richiuderle con fragore. Non sono ancora stanchi come mi auguravo e, ritornati al pian terreno, si avvicinano pericolosamente.
Gli adulti sono distanti, di sicuro sfiniti dalla furia delle due pesti. I bambini adocchiano alcune sedie intorno al tavolo e le trascinano verso di noi. Arrampicandosi con agilità salgono in piedi sul mobile. Non ci vuole molto perché si accorgano della nostra presenza e puntino le manine grassocce verso due succulenti  obiettivi.
La femmina è più rapida a fiondarsi sopra un giocattolo che la incuriosisce moltissimo. Prima la sfiora con titubanza, quindi comincia a strattonarla violentemente. L’enfasi aumenta a tal punto che la mia amata volteggia in aria oltre la mensola, e l’unico rumore che segue è quello che testimonia l’impatto con il pavimento. I bambini si sporgono per guardare e, senza dar segno di essere dispiaciuti, ridacchiano per la marachella.
Soffocato da lacrime che non vogliono saperne di scendere, mi accorgo quanto la sua discreta presenza desse un senso al  mio esistere. Compiendo uno sforzo immane riesco a stendermi su un fianco e rotolare lungo la superficie che la baraonda di prima ha reso quasi verticale.
Sto inesorabilmente scivolando verso il bordo ma non avverto paura quando le membra perdono contatto con la superficie solida  e si accingono a essere ridotte in mille pezzi.
Tra poco saremo di nuovo insieme nel paradiso delle bambole.
Anche se non conosco il tragitto per raggiungerlo, l’unica maniera per spostarmi da un mondo all’altro è quella di superare il confine.

 

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