Il sorriso triste dei girasoli

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Non c’è trama, non c’è tempo, non c’è luogo. Soltanto le trame, i tempi e i luoghi dell’animo umano ferito. Uno psicoterapeuta affermato e con tanta esperienza, prende in cura una donna romena ipertraumatizzata: l’eco lontana del regime di Ceauşescu, il terremoto di Bucarest subito da bambina, un padre alcolista e affetto da sindrome bipolare, il ricordo vago del manicomio, il fratello suicida a 24 anni, una madre ipocondriaca sempre alle prese con tumori immaginari e crisi depressive. I dialoghi sono rarefatti ma il flusso dei pensieri, dei ricordi, delle memorie traumatiche e delle nostalgie dell’uno e dell’altra sono invece forti ed intensi. Spesso i ruoli sembrano invertirsi e le memorie di entrambi i protagonisti si intrecciano. Spesso il tempo e lo spazio perdono la loro precisa connotazione. Spesso non si comprende bene chi conduce il gioco mortalmente serio della cura. E’ la descrizione di un incontro particolare, di un incontro che viene da lontano e che si fa largo tra pesanti macerie. Un incontro al cui interno le memorie traumatiche della paziente risvegliano le memorie traumatiche del terapeuta, quasi ognuno a curare l’Altro e a prendersi cura della vita dell’Altro. Senza mai dirselo. Più che le parole e i dialoghi, emergono il non detto, il mai detto, le verità private, l’indicibile.

Recensioni

Giovedì, 07 Aprile 2016
Quando inizierete a leggerlo vi chiederete (almeno io l’ho fatto) “perché lo sto leggendo?” però non chiudetelo e mettetelo da parte (io non l’ho fatto). È una storia terribile di prof dove i c paziente quella dello psicologo.
C mi hanno portato in un mondo a me completamente sconosciuto. Quello della depressione e di come si possa curarla. Beh si, vi svelo subito il finale. La paziente ne uscirà con la consapevolezza di averla vinta e di aver per sempre evaporizzato i suoi demoni causati dai terribili fatti familiari della sua gioventù. Nel frattempo è lo psicologo che, assorbendo tutte le esperienze negative dei suoi pazienti, sembra entrare in una fase depressiva e che solo con la sua capacità di analisi riuscirà a uscire da quel terribile viale che aveva imboccato.
Non è un libro per tutti ma nello stesso tempo tutti dovrebbero leggerlo. È un libro duro che vi sbatte contro il muro di una realtà che moltissimi di noi fortunati non dovranno mai subire ma che fa capire, a coloro che sfortunatamente si trovassero in quel caso, di non isolarsi ma di cercare l’aiuto di chi veramente ha le conoscenze per riportarli alla vita normale.
Grazie Liliana e Ulisse per averci messo a disposizione la vostra esperienza.


Antonio Borghesi
Martedì, 17 Marzo 2015
E’ un romanzo scritto a quattro mani, in parte autobiografico, nella quale i due protagonisti, uno psicoterapeuta e una paziente, partono dalle sedute di psicoterapia per rielaborare, ciascuno indipendentemente dall’altro, il proprio passato e riescono, in questa terapia involontariamente reciproca, a trovare “le parole per dirlo” e, insieme ad esse, auspicabilmente, la forza di andare avanti.
Il passato della paziente e, in parte il suo presente, sono stati condizionati fortemente da una famiglia problematica nella Romania di Ceausescu, con un padre bipolare, una madre depressa e un fratello suicida, cui si aggiunge la venuta in Italia, non per lavoro, come per molti rumeni, ma per un misto di amore per suo marito italiano e volontà di sfuggire alla propria realtà, che però non dà quei frutti immaginati. La protagonista, laureata in ingegneria, affamata di cultura, si ritrova trattata da “rumena” perché vuole e deve aiutare la sua famiglia, e in questa situazione i traumi del passato vengono a galla e iniziano a condizionare pesantemente la sua vita.
Ho apprezzato molto lo stile di scrittura della Gheorghe, anche in considerazione del fatto che scrive in italiano, che mi ricorda, in parte, lo stile della sua connazionale Herta Muller, spesso da lei citata, in bilico tra poesia e prosa. E ho apprezzato la capacità del personaggio rappresentato da Mariani di mettersi in discussione e la disponibilità a trasformarsi da terapeuta in paziente, riconoscendo in questo modo un ruolo importante alla paziente, cosa di cui lei ha un profondo bisogno, sentendosi disprezzata da altri.

Stefania
Mercoledì, 04 Marzo 2015
Bellissimo il libro. Mi è piaciuto molto questo continuo alternarsi della voce dei due autori che è molto funzionale allo scorrimento del testo. Mi ha sorpreso piacevolmente la poesia che ho trovato nella scrittura di Mariani, questo suo modo di raccontare per immagini, molto efficace e poetico.
La tua storia un po' la conoscevo ma tante cose le ho scoperte leggendo questo libro. I traumi subiti, le domande rimaste per anni senza risposte, la ricerca disperata di vita, l'inconsapevole voglia di non arrendersi al proprio passato di dolore e morte dell'anima, la lucida analisi della propria fragiltà e impotenza di adulta rimasta intrappolata nella bambina che poteva solo piangere e che si sentiva in colpa per tutto quel terremoto che produceva solo macerie. E come si potevano nascondere tutte quelle macerie sotto un tappeto! Ci vuole tanto coraggio a continuare a vivere, a voler ostinatamente continuare a credere che la vita è bella e merita di essere vissuta. Io non credo che il girasole sia triste e non sorrida. Mariani dice che: è la moltitudine che li rende allegri e vivaci. La moltitudine nasconde e confonde.
Secondo me è la solitudine a togliere il sorriso e la speranza. La moltitudine ti incoraggia, ti sostiene, ti fa ridere, ti fa emozionare, ti conforta, ti ama, ti comprende o almeno ci prova, ti solleva in modo che tu possa finalmente guardare il sole e il cielo e non più quel mucchio di foglie secche a coprire l'albero caduto. Ottimo lavoro.......anima bella. ♡
CAVALIERI MICHELA
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